Tre giorni dopo, e dopo aver letto i richiami di Matteo Renzi e dei suoi (“nessun aumento di Iva, né della benzina, né dello zucchero”), Pier Carlo Padoan rientra nei ranghi del tecnico. A Pasqua il ministro dell’Economia aveva aperto alla possibilità di uno “scambio” tra un ritocco all’insù delle aliquote Iva e un abbassamento del cuneo fiscale, cioè l’imposizione che grava sulle buste paga. Intervento auspicato anche dall‘Ocse. Ma mercoledì, in audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato sul Def, è tornato sui suoi passi ribadendo per due volte che “l’intendimento del governo prevede di escludere l’aumento delle imposte indirette previsto dalle clausole di salvaguardia” sostituendolo con “una manovra alternativa che verrà definita nei prossimi mesi”.

Una manovra da oltre 15 miliardi, se è vero che le clausole di salvaguardia per il 2018 valgono l’1,1% del pil ma dopo la manovrina – il cui testo peraltro è ancora fantasma, tanto che Padoan si è scusato del ritardo dicendo che “dovrebbe arrivare domani” – “restano confermate per un valore pari allo 0,9% del pil”. “Io posso avere le mie preferenze“, ha ammesso poi il ministro facendo riferimento appunto all’aumento dell’Iva, “ma alcune sono state amplificate traducendo in mia preferenza una delle tante ipotesi”. Solo di ipotesi si trattava, è quindi la versione ufficiale. Questo nonostante anche il rappresentante della Banca d’Italia, in audizione, abbia invitato il governo a non escludere “una riconsiderazione dell’ampio ventaglio delle aliquote dell’Iva”. E nonostante l’Ufficio parlamentare di bilancio abbia avvertito che disinnescare del tutto le clausole “appare di difficile realizzazione”.

Il titolare del Tesoro ha detto che è “confermata la volontà del governo di proseguire nel percorso di progressiva riduzione della pressione fiscale”, ma il rebus è sempre lo stesso: “Resta la necessità di finanziare tale riduzione in modo permanente, così che i tagli siano credibili“. Ed è proprio a fronte di questo trade off che domenica Padoan si era detto favorevole a un aumento Iva per poi usare il gettito aggiuntivo per far scendere le imposte sui redditi dei lavoratori dipendenti, tra le più alte dei Paesi avanzati. L’ex capo economista Ocse ha poi spiegato che “il livello di crescita raggiunto non ci entusiasma, non ci possiamo dire soddisfatti”, e il tasso di disoccupazione “è inaccettabilmente elevato, specialmente tra i giovani”.

Confindustria e via Nazionale favorevoli allo scambio Iva-cuneo – Contro l’eventuale innalzamento delle aliquote Iva si è espressa martedì la leader Cgil Susanna Camusso, dicendo che avrebbe un “ulteriore effetto di compressione del potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati” e ciò sarebbe una “ulteriore conferma che non si fa una politica di estensione del carico fiscale”. Al contrario Confindustria ha promosso l’ipotesi di aumento sostenendo che il taglio del cuneo fiscale da attuare in contemporanea darebbe “un forte stimolo” alla crescita, favorendo le esportazioni e le imprese più dinamiche che lavorano sui mercati esteri, contenendo allo stesso tempo l’inflazione, nonostante il rialzo dell’aliquota sui consumi.

E il vice direttore generale di Bankitalia, Luigi Federico Signorini, in audizione ha invitato a considerare che contrasto dell’evasione fiscale e razionalizzazione della spesa sono “obiettivi condivisibili e da considerare strategici” ma “la possibilità di reperire in questo modo risorse tanto ingenti e in così breve tempo non è sicura”. Di conseguenza “una riconsiderazione dell’ampio ventaglio delle aliquote Iva non dovrebbe a questo stadio essere esclusa, così come è opportuno valutare la possibilità di razionalizzare e contenere le tax expenditures“, cioè le detrazioni e le deduzioni fiscali. Anche il Fondo monetario internazionale del resto ha lanciato un assist a Padoan spiegando che in Italia c’è spazio “per un’ulteriore riduzione del cuneo fiscale” se si procede con la ”razionalizzazione delle spese fiscali”, ampliando la base imponibile e creando una “tassa moderna sulle proprietà immobiliari”.

E l’Ufficio parlamentare di bilancio ha sottolineato che “appare di difficile realizzazione l’impegno a una disattivazione totale delle clausole di salvaguardia” visto che “tutto il quadro sconta un’incertezza di base sulla dimensione stessa dell’aggiustamento che sarà necessario, con un sostanziale rinvio alla possibilità che a livello europeo intervengano ‘cambiamenti nel braccio preventivo del Patto di stabilità e crescita in senso più orientato alla crescita e allo sviluppo’, tali da ridurre le correzioni fiscali richieste all’Italia per i prossimi anni”.

Il niet di Renzi: “Anche il governo Gentiloni le tasse non le aumenta” – Renzi nella sua enews ha però chiuso alla possibilità di far scattare le clausole di salvaguardia inserite peraltro in legge di Bilancio dal suo stesso governo. “L’ultima volta che in Italia è aumentata l’Iva risale al primo ottobre 2013, un altro governo – ha ricordato – Noi le tasse non le aumentiamo. E il governo Gentiloni ha scelto la stessa strategia. Anche per il futuro, a giudicare da quello che c’è scritto nel Def. Il Pd non è più il partito delle tasse, abbiamo davvero rottamato Dracula“. La rivendicazione arriva a meno di due settimane dalle primarie per la guida del partito democratico.

Bankitalia: “Margini di flessibilità non sono sconti ma possibilità di spendere di più a nostro carico” – “Nel dibattito sull’applicazione delle regole di bilancio”, ha continuato Signorini, “viene a volte invocata l’opportunità di negoziare “sconti” dalle autorità europee. Margini di flessibilità fanno parte delle regole ed è giusto applicarli quando ne ricorrono le condizioni (una grave recessione, spese straordinarie o ineludibili). Ma, nel farlo, è bene tener sempre presente che non di “sconti” si tratta, bensì della possibilità di spendere di più a nostro stesso carico; non di risorse aggiuntive che si creino dal nulla, ma di esborsi aggiuntivi, che tornano fatalmente sotto forma di nuove tasse o più debito”.

Istat: “Investimenti calano da sette anni di seguito” – L’Istat, nel suo dossier sul Def, ha sottolineato dal canto suo che nel 2016 gli investimenti hanno registrato un calo per il settimo anno consecutivo: -4,5%. Per quanto riguarda le previsioni di crescita del governo, “le oscillazioni del commercio estero e della produzione industriale, osservati nei mesi di gennaio e febbraio, potrebbero rappresentare dei fattori di rischio per la crescita del primo trimestre 2017”. In particolare, “la diminuzione della produzione di beni strumentali potrebbe indicare una decelerazione degli investimenti”. L’istituto segnala che una crescita nel primo trimestre in linea o inferiore a quella osservata negli ultimi tre mesi del 2016 “richiederebbe, ai fini del raggiungimento degli obiettivi indicati dal governo per il 2017, una accelerazione dei ritmi di espansione nei trimestri successivi”.