Alfredo Romeo resta in carcere. Lo ha deciso il Tribunale del Riesame, che ha rigettato la richiesta di scarcerazione dell’imprenditore napoletano arrestato l’1 marzo scorso per corruzione nell’ambito dell’inchiesta romana su Consip. La procura aveva dato parere negativo all’accoglimento del ricorso. I difensori di Romeo hanno annunciato che impugneranno la decisione in Cassazione. Romeo è accusato di aver versato somme di denaro, a partire dal 2012 e per 100mila euro complessivi, al dirigente Consip Marco Gasparri per essere agevolato nelle gare bandite dalla centrale appaltante della pubblica amministrazione. E proprio le ammissioni di Gasparri, oltre al contenuto di intercettazioni telefoniche e ambientali, hanno messo nei guai l’imprenditore napoletano.

I giudici non hanno quindi accolto le tesi dei difensori di Romeo Alfredo Sorge, Francesco Carotenuto e Giovanni Battista Vignola che avevano puntato sull’inutilizzabilità delle prove, l’inattendibilità della confessione di Gasparri e la competenza della procura di Napoli a proseguire gli accertamenti. Uscendo dall’udienza davanti al Riesame, due giorni fa, avevano sostenuto che una loro consulenza “smentiva quanto sostenuto dalla Procura” attestando che “i ‘pizzini‘ al centro dell’inchiesta non sono stati scritti da Alfredo Romeo”.

I legali avevano depositato una memoria di oltre cento pagine in cui sostenevano l’inutilizzabilità delle prove. Non solo, con riferimento a Marco Gasparri (il dirigente Consip che sarebbe stato al soldo di Romeo), gli avvocati dell’imprenditore hanno ribadito di considerarlo inattendibile in quanto mancano riscontri alla sua ammissione di aver ricevuto compensi mensili per complessivi centomila euro da Romeo per favorire l’imprenditore. Un ampio capitolo dell’intervento degli avvocati era stato dedicato al tema della competenza territoriale: in particolare, avevano invocato il trasferimento, per connessione, dell’inchiesta alla procura di Napoli.

Il pm Mario Palazzi aveva evidenziato come Romeo e il suo consulente Italo Bocchino (quest’ultimo indagato per traffico di influenze) abbiano sollecitato in un primo momento il trasferimento degli atti da Napoli a Roma (fascicolo aperto nella Capitale il 19 gennaio scorso) salvo poi, dopo l’arresto di Romeo (1 marzo), chiedere che tornino, per connessione, al vaglio della procura del capoluogo partenopeo.