Da un lato un’inchiesta che getta ombre sui prestiti concessi alle piccole e medie imprese lombarde, che avrebbero portato a 60 milioni di euro di crediti deteriorati. Dall’altro oltre 150 milioni investiti in obbligazioni bancarie oggi a rischio svalutazione, secondo quanto ilfattoquotidiano.it è in grado di documentare. Sono giorni difficili per Finlombarda, la cassaforte della Regione Lombardia, che finisce sotto accusa per le scelte fatte negli ultimi anni. Come i 96 milioni di fondi regionali finiti attraverso la società finanziaria in bond della Popolare di Vicenza e i 36 milioni in bond di Veneto Banca, i due istituti di credito veneti di cui tutto si può dire tranne che se la passino bene. Il dato, riferito al 31 dicembre 2016, è contenuto nella risposta a un’interrogazione del consigliere regionale del M5S Stefano Buffagni. In totale sono 132 milioni di euro, quasi un quinto dei circa 750 milioni di fondi di Regione Lombardia che vengono gestiti da Finlombarda, ma che non compaiono nell’attivo di bilancio della società del Pirellone.

Secondo la risposta all’interrogazione di Buffagni, Popolare di Vicenza e Veneto Banca non sono le uniche due banche che vengono finanziate indirettamente dalla Regione attraverso questo canale. Perché la liquidità proveniente dalla tesoreria del Pirellone finita in obbligazioni di istituti di credito al 31 dicembre è di circa 350 milioni di euro. Altro che dare una mano alle imprese del territorio padano, come da consolidata retorica leghista. Finlombarda ultimamente si è data soprattutto agli investimenti nelle banche, come ha raccontato nei mesi scorsi l’Espresso. E alcune di queste non c’entrano neppure nulla con la Lombardia. Come Monte dei Paschi di Siena (investimenti in bond per 8,7 milioni). O come le due venete. E proprio qua è bene fermarsi un attimo. Perché oltre ai 132 milioni che arrivano dai fondi della regione, in obbligazioni dei due istituti sono stati investite anche risorse provenienti dall’attivo di bilancio della stessa Finlombarda: 18,3 milioni per la Popolare di Vicenza e 7,2 per Veneto Banca.

Quando quest’ultimo dato è stato diffuso qualche settimana fa a seguito di un’altra interrogazione dei Cinque Stelle, l’assessore lombardo al Bilancio Massimo Garavaglia ha difeso le scelte della finanziaria tagliando corto: “Quelle acquistate da Finlombarda sono obbligazioni senior, fortemente garantite”. La stessa argomentazione usata in questi giorni dal presidente di Finlombarda, Ignazio Parrinello. Bond privi di rischio in quanto di tipo non subordinato, sostengono, alla faccia dell’allarme lanciato appena dieci giorni fa da Jp Morgan proprio sulle obbligazioni senior di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza: meglio sbarazzarsene, è il suggerimento. Il rischio infatti è che la Banca centrale europea valuti che non ci siano le condizioni per salvare i due istituti attraverso la ricapitalizzazione precauzionale, procedura il cui avvio è stato chiesto nei giorni scorsi che prevede l’intervento dello Stato salvaguardando gli obbligazionisti senior. In quel caso l’unica via d’uscita rimasta avrebbe condizioni analoghe a quelle del bail-in, con la partecipazione alle perdite non solo da parte degli azionisti e dei detentori di obbligazioni subordinate, ma anche dei detentori di obbligazioni senior, come Finlombarda e Regione Lombardia attraverso la sua finanziaria.

“È giusto far rendere la liquidità della Regione che si trova nella cassaforte Finlombarda – sostiene Buffagni – ma investire in obbligazioni delle banche venete è un rischio troppo alto per dei soldi pubblici. Vanno vendute tutte il prima possibile, visto lo spettro bail-in alle porte su quelle centinaia di milioni di soldi dei lombardi. Lì dentro ci sono anche i milioni di euro dei tagli dei nostri stipendi, che devono aiutare il nostro tessuto imprenditoriale, con bandi semplici e fruibili per le piccole e medie imprese e non per gli amici degli amici come si prospetta dalle indagini in corso su Finlombarda”. E veniamo alle indagini della procura di Milano che hanno portato la guardia di finanza di Varese a effettuare diverse perquisizioni. Il sospetto degli inquirenti è che una serie di finanziamenti agevolati alle imprese lombarde sia stata veicolata, in cambio di una percentuale, attraverso la mediazione di società di consulenza e associazioni vicine ad alcuni degli indagati, tra cui ci sono Danilo Maiocchi, direttore generale dello Sviluppo economico di Regione Lombardia, oltre che Marco Cirillo e Marco Nicolai, rispettivamente consigliere di amministrazione ed ex direttore generale di Finlombarda. Finanziamenti che in diversi casi sono finiti a società in seguito fallite o divenute inadempienti, portando in pancia alla finanziaria sofferenze per 60 milioni di euro.

Twitter @gigi_gno