Contro il telemarketing selvaggio Vodafone, Wind, Fastweb e Tim dicono sì all’attivazione di nuove regole per impedire le chiamate indesiderate a ogni ora del giorno e della notte da parte dei call center per commercializzare nuovi servizi e prodotti. Vale a dire quelle telefonate che proprio le principali compagnie telefoniche subappaltano ai centralini italiani e stranieri per conquistare nuovi clienti. E che i consumatori non hanno nessuna arma per combattere. Una vera ossessione, per chi la subisce, nonostante reclami e denunce (dal 2011 a oggi sono state effettuate 25mila segnalazioni e oltre 6mila contestazioni contro le telefonate selvagge) con raffiche di multe, abbastanza irrisorie, inflitte dai vari garanti che hanno fatto solo il solletico ai big della telefonia con fatturati miliardari. In particolare, i gestori hanno detto sì all’allargamento ai numeri non presenti sugli elenchi e ai cellulari nel Registro pubblico delle opposizioni (nato nel 2011 e gestito dalla Fondazione Ugo Bordoni per tutelare i cittadini che non vogliono più ricevere telefonate commerciali), oltre che al ricorso a una black list delle aziende che non rispettano determinati requisiti o, in alternativa, a una white list di quelle virtuose. Tim, addirittura, propone “in linea con quanto inserito nell’ultima legge di Bilancio l’obbligo di iscrizione al Roc (il Registro degli operatori di comunicazione), pena il ritiro dell’autorizzazione a operare”.

“Bene, una buona notizia. Ora non ci saranno più scuse per ritardare l’approvazione di una legge che affronti questo dramma”, dichiara Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori. Del resto il punto è chiaro a tutti: oggi in Italia esistono circa 115 milioni di linee telefoniche fisse e mobili. Ma solo 1.519.216 di numeri fissi (circa l’1% su 13 milioni presenti negli elenchi pubblici) sono iscritti al Registro. Un flop conclamato che non è causato né dalla gestione né dalla modalità di iscrizione che risulta facile e gratuita. “Ad essere sbagliata è la normativa”, spiega a ilfattoquotidiano.it Giuseppe Busia, segretario generale del garante della Privacy. Che aggiunge: “È una procedura che avvantaggia solo di chi chiama”. Vale a dire le aziende di call center che con appena 5 centesimi a recapito comprano elenchi completi di nome, cognome e numero di telefono da contattare. “Prima dell’istituzione del Registro – prosegue Busia – per poter chiamare a casa era necessario avere un espresso consenso, mentre ora è come se si dicesse ‘se vuoi evitare che ti chiamino, sei tu a doverti iscrivere’”.

I cittadini che si possono iscrivere sono, infatti, solo quelli il cui numero telefonico è presente negli elenchi telefonici pubblici. In altre parole, chi ha acconsentito a ricevere queste telefonate. Insomma, una beffa. Mentre tutti gli altri, cioè la stragrande maggioranza degli italiani esclusi, si ritrovano inseriti illegalmente nelle liste dei call center dopo aver, magari, compilato un modulo per partecipare a un concorso online o aver attivato una carta fedeltà al supermercato. L’ultima furbata in ordine di tempo, condannata dal garante della Privacy, l’ha messa in atto una società attiva nell’offerta di servizi in Internet (costruzione e gestione di siti web, posizionamento nei motori di ricerca, vendita di spazi pubblicitari e attività di social media marketing) che per acquisire nuovi clienti e promuovere i propri prodotti contattava telefonicamente le utenze reperite in rete, in genere numeri di telefono di liberi professionisti e imprese individuali presenti nell’area “Contatti” dei siti senza il consenso informato dei destinatari.

Come mettere fine a questo incubo? Il garante della Privacy lo dice da mesi: “Servono un registro unico per numeri fissi e cellulari e l’introduzione della responsabilità solidale fra call center e gestori telefonici, in modo da consentire all’utente di rivalersi indifferentemente sull’uno o sull’altro per i danni”. Un circolo virtuoso che metterà fine alla sensazione di impotenza che si ha quando si riceve una di queste telefonate indesiderate che, invece, di concludersi con un “grazie, non sono interessato”, finisce a volte anche con gli insulti da parte degli operatori stranieri, perlopiù albanesi, assoldati sfruttando il doppio vantaggio di un costo del lavoro inferiore e della padronanza dell’italiano. “Se non fossero all’estero – dice il segretario generale del garante della Privacy – ci sarebbe più possibilità di controllo e di sanzione che, a oggi, sono quasi inesistenti”. Una delocalizzazione, quella dei centralini telefonici che, tra l’altro, consente anche il fenomeno delle chiamate “da privato” che rendono irrintracciabile l’azienda che non sarà mai tenuta a rispondere di un reclamo. Senza sottovalutare il problema della mancata regolarizzazione contrattuale dei centralinisti. Un comparto che in Italia vede 40mila lavoratori coinvolti.

Tant’è che l’apertura di Vodafone, Wind, Fastweb e Telecom all’attivazione di nuove regole non piace affatto all’Assocall, l’associazione che raccoglie i contact center. “L’inserimento dei numeri privati mobili e fissi non iscritti in pubblici elenchi nel Registro delle opposizioni non risolve il problema del telemarketing selvaggio, oltre ad essere in stridente contrasto con la normativa sulla privacy, che autorizza un rapporto con l’utente solo in presenza di esplicito e valido consenso”, ha spiegato negli scorsi giorni il suo presidente, Leonardo Papagni, durante l’audizione in Commissione Lavori pubblici al Senato. “La soluzione per limitare le telefonate promozionali, aggressive ed invasive, evitando al contempo una distorsione del mercato con effetti economici devastanti sull’occupazione – ha detto Papagni – è rendere edotti i consumatori dei consensi concessi, dando loro la possibilità di modificarli in qualsiasi momento, stabilendo anche una frequenza massima di chiamate su ogni utenza”.

Un altro punto di vista che si va ad aggiungere al già gonfio fascicolo che compone questa riforma del Registro delle opposizioni, arrivato in Parlamento con diverse proposte di legge (Cor, Pd, M5s e Lega) che hanno anche avuto la benedizione dell’Agcom sull’inasprimento dell’impianto sanzionatorio in caso di violazioni e di recidiva. Le multe potrebbero arrivare fino al 4% del fatturato annuo delle aziende. Peccato, però, che sia tutto legato al ddl Concorrenza – il primo da quando esiste l’obbligo di un provvedimento annuale, cioè dal 2009 – che, dopo l’ok alla Camera il 7 ottobre 2015, è ora fermo da sei mesi in Senato. E ogni settimana si dice che sia quella giusta per il suo arrivo in Aula.