di Carlo Altomonte e Italo Colantone (da www.lavoce.info)

La Germania non è il Messico. Ha un surplus commerciale non solo bilaterale con gli Stati Uniti, ma in aggregato con il resto del mondo. Anche perché si avvantaggia degli effetti dell’area euro. Proprio per questo dovrebbe in parte modificare la sua politica economica. A partire dagli investimenti.

La differenza tra Messico e Germania

Ha ragione Donald Trump a criticare, oltre a quello messicano, anche il surplus commerciale tedesco nei confronti degli Stati Uniti?
A differenza del Messico, che è in deficit nei confronti del mondo, la Germania presenta un surplus aggregato delle partite correnti pari a circa il 9 per cento in rapporto al Pil, ben al di sopra del parametro Ue del 6 per cento.

La situazione è frutto di una impostazione di politica economica basata, tra l’altro, sul contenimento dei salari e sull’equilibrio dei conti pubblici. Dal punto di vista tedesco, il surplus commerciale viene visto come un sintomo di forza dell’economia. Per il resto del mondo, Unione europea in primo luogo, è invece il segno di uno squilibrio macroeconomico di fondo, in un modello caratterizzato da alto risparmio (pubblico e privato) e bassi investimenti domestici.

Cosa possiamo dire sulla posizione tedesca alla luce della scomposizione dei flussi commerciali in termini di valore aggiunto?
Le esportazioni tedesche in aggregato contengono sempre più valore aggiunto prodotto all’estero, e in particolare nel resto dell’Unione europea. Dal 1995 al 2011, la quota di valore estero sul totale delle esportazioni tedesche è cresciuta dal 17 per cento fino al 28 per cento. Più nel dettaglio, nel 2011 circa il 21 per cento del valore aggiunto domestico esportato dai paesi europei verso la Germania viene poi ri-esportato dalla Germania stessa.

Per le esportazioni italiane l’effetto è particolarmente rilevante. Come si può notare nel grafico sotto, nel 1995 sia Germania che Francia “veicolavano” verso paesi terzi circa il 14 per cento delle nostre esportazioni. Mentre la quota è rimasta quasi invariata per la Francia, oggi circa il 25 per cento del valore aggiunto italiano esportato verso la Germania viene poi veicolato verso paesi terzi.

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Fonte: elaborazione degli autori su dati Wiod – World Input-Output Database.

Tenendo allora conto del ruolo delle catene globali del valore, è sbagliato criticare la Germania per via del suo eccesso di export? In fin dei conti, dal punto di vista italiano, parte di quell’export elevato rappresenta produzioni “made in Italy”. Dov’è allora il problema? La risposta qui è più complessa rispetto al caso Usa-Messico.

Da dove nasce il surplus tedesco

Da un punto di vista commerciale, i legami tra Germania e altri paesi europei riflettono il posizionamento tedesco “a valle” di un sistema di produzione integrato che si è sviluppato in Europa nel corso degli anni. È il frutto virtuoso del modello di mercato e moneta unici che la Germania ha contribuito (non a caso) a creare e di cui il sistema industriale italiano indubbiamente beneficia.

Da un punto di vista degli squilibri macroeconomici, tuttavia, il punto chiave è che la Germania, diversamente dal Messico, ha un surplus commerciale non solo bilaterale con gli Stati Uniti, ma in aggregato con il resto del mondo. La frammentazione della produzione tra paesi fa sì che abbia poco senso focalizzarsi sui saldi commerciali bilaterali, come abbiamo già argomentato. Allo stesso tempo, però, i passaggi legati alle catene globali del valore sono contabilmente neutrali rispetto alla posizione complessiva di un singolo paese verso il resto del mondo; infatti, quello che rileva è il saldo dei movimenti lordi di esportazioni e importazioni, a prescindere da dove il sottostante valore aggiunto sia originato. Nel caso della Germania, se è vero che parte del suo export rappresenta valore aggiunto italiano, è altresì vero che quel valore italiano è stato prima importato in Germania per essere processato. Quindi, l’impatto contabile della frammentazione produttiva sul saldo commerciale tedesco è nullo e il surplus aggregato della Germania continua a rappresentare un suo squilibrio macroeconomico di fondo.

Lo squilibrio si alimenta della capacità delle imprese tedesche di integrare i processi produttivi nel mercato comune e del fatto che le stesse aziende beneficiano di un euro più debole rispetto a un ipotetico marco. Ma proprio perché la Germania gode degli effetti positivi dell’area euro, una parziale modifica della sua politica economica, con conseguente redistribuzione del welfare generato all’interno dell’Unione europea, avrebbe ancora più senso.

In quest’ottica, una crescita della domanda tedesca, legata ad esempio a salari più alti e a maggiori investimenti, creerebbe le condizioni per una riduzione del surplus e, soprattutto, darebbe un sostegno importante alla crescita nei paesi europei più in difficoltà, contribuendo di fatto alla sostenibilità nel lungo periodo dell’area euro e del successo tedesco. Quest’ultimo, peraltro, dipende anche dal mantenimento di un livello di investimenti adeguato nella stessa Germania, dove oggi mancano all’appello circa 100 miliardi di investimento l’anno.
Insomma, Trump ha torto sul Messico, ma sulla Germania potrebbe aver centrato il punto.