Ho appena letto la lettera di Michele, il giovane ragazzo friulano che si è suicidato, anzi come scrivono i giornali che ‘è stato ucciso dal precariato’. Questa lettera mi ha molto turbata. E non solo per tutte quelle ragioni per cui è chiaro che ti turbino le parole di congedo di un ragazzo che decide di lasciare la vita. Mi ha turbato profondamente l’aggressività con cui Michele rimprovera al mondo di non avergli saputo dare ciò che avrebbe meritato, di non essere stato alla sua altezza.

Le recriminazioni di Michele coinvolgono tutto e tutti: una realtà cinica che privilegia la normalità alla sensibilità, un mondo del lavoro che non ha saputo offrirgli lo spazio che avrebbe meritato, un genere femminile che non ha voluto ricambiare i suoi desideri, un ministro del Lavoro che non ha saputo valorizzare i suoi giovani. Michele non ha trovato il mondo che voleva e che riteneva gli fosse dovuto (“Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato”) e con un j’accuse onnicomprensivo stigmatizza tutti i tasselli della realtà che lo hanno deluso.

Ed è proprio in quest’onnicomprensività, in questa rabbia generalizzata, che tutte le speculazioni sociologiche perdono di senso. Michele è un trentenne, un animo in lotta, che vive il calvario dello stare al mondo: mi è coetaneo, sento in parte di comprenderne le fatiche e i dolori. Non ho mai condannato e ho sempre ‘capito’ coloro che decidono di non voler più scendere a patti con la vita, che sentono di non reggere più il peso delle vessazioni a cui essa può sottoporre; credo che siamo esseri liberi che hanno sempre il diritto di scegliere.

Quello che non credo e non voglio, però, è che la lettera di Michele diventi un manifesto, che venga interpretata come il grido di una generazione soccombente ai soprusi e alla sordità del mondo in cui si trova. Non perché questa generazione non sia vessata, non sia precaria, non debba lottare in maniera spropositata per ottenere il minimo sindacale, ma perché non è questo che trapela dal profondo delle parole di Michele. In quella lettera si legge una rabbia assoluta, indistinta, verso tutto e tutti: è una lettera che si sarebbe potuta scrivere in qualunque epoca, che àncora alla cronaca di oggi una frustrazione che può essere tanto di ieri quanto di domani. Farne perciò lo stigma della polemica giovanile contro il precariato è inopportuno e, a mio avviso, sbagliato.

Michele è un giovane uomo che si è spezzato sotto il peso di un vissuto troppo intenso e doloroso perché lui riuscisse a sopportarlo: la percezione della sofferenza rientra nell’ambito soggettivo e ciascuno può fissarne i limiti. Farne il martire della generazione dei precari del nuovo millennio, vittime del sistema, e del ministro Poletti, invece, pretenderebbe di essere una considerazione oggettiva. E questa sarebbe falsa. E’ giocando su questo fraintendimento che si finirebbe con lo strumentalizzare la morte di Michele, utilizzandola come un’arma impropria, un colpo sotto la cintura, che vizierebbe l’integrità del sacrosanto corpo a corpo che questa generazione sta combattendo con il suo tempo e con la società che la circonda.