Non saranno più le scuole a stabilire di quante ore di sostegno ha bisogno uno studente disabile. E una disabilità grave non darà più diritto al massimo dell’assistenza. Non per forza, almeno: una nuova commissione esterna, che risponde direttamente all’amministrazione, deciderà sulla base di criteri più complessi che tengano conto dei reali bisogni dei ragazzi, al di là della condizione medica. Un modo per “semplificare la procedura” e garantire una “piena inclusione scolastica”, secondo il Ministero. Un “trucco” per risparmiare sull’assistenza che abbasserà la qualità dell’insegnamento, a detta di associazioni di categoria e sindacati. “A regime il nuovo sistema potrebbe comportare un taglio di 30mila docenti di sostegno“, denuncia la Flc Cgil. “Ci vogliono togliere anche l’arma dei ricorsi in tribunale”, aggiungono le famiglie. Di certo la riforma del sostegno prevista dalle deleghe della “Buona scuola” sarà una piccola rivoluzione. E stavolta non soltanto per i docenti, che vedono aumentare il periodo di permanenza obbligatorio sul sostegno fino a 10 anni, e variare il percorso di assunzione. Cambierà anche la vita delle famiglie, per cui potrebbe diventare più complicato ottenere assistenza a scuola. E pure degli studenti disabili, che dovranno fare i conti con un esame di licenza media più difficile. La Fish, una delle maggiori associazioni di settore che negli ultimi due anni aveva anche partecipato alla stesura delle prime bozze, oggi definisce la riforma “una presa in giro”.

ARRIVA LA “VALUTAZIONE DIAGNOSTICO-FUNZIONALE” – Tra le otto deleghe rimaste in sospeso della “Buona Scuola” e varate dal nuovo ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, c’è anche quella per l’inclusione scolastica. “La peggiore, la più pericolosa”, commentano i sindacati dopo aver letto il testo: 15 pagine, 21 articoli, una marea di passaggi tecnici, commi e rimandi a leggi precedenti di difficile decifrazione, dietro cui si nasconde una svolta epocale. La chiave è tutta in due righe poste a metà decreto: “La quantificazione del fabbisogno assistenziale è effettuata esclusivamente sulla base della valutazione diagnostico-funzionale, che è distinta dall’accertamento della condizione di disabilità”. Tradotto: una disabilità grave non darà più diritto in automatico al massimo delle ore di sostegno, come avviene ora. Anche perché l’ultima parola non spetterà più alle scuole, ma ai nuovi “Gruppi per l’Inclusione Territoriale” (GIT): commissioni esterne a livello locale, composte da un tecnico presidente, tre presidi e due docenti (nominati dall’Ufficio scolastico territoriale), che risponderanno direttamente all’amministrazione.

MODIFICATA LA LEGGE 104 – Fino ad oggi, le famiglie erano giuridicamente tutelate: ad una disabilità grave veniva riconosciuto quasi sempre il massimo delle ore disponibili di sostegno. In più, la proposta delle scuole era vincolante per l’amministrazione, e se questa non la rispettava (anche per motivi economici o di mancanza di docenti), perdeva sistematicamente in tribunale. Le sentenze della Cassazione hanno fatto giurisprudenza: di qui l’alto numero di posti in deroga, supplenze supplementari rispetto a quelle previste dal Ministero, ordinate dal parere dei giudici. Anche quest’anno sono state circa 30mila. E proprio questa sarebbe una delle ragioni fondamentali della riforma: non a caso nell’ultima manovra il governo ha previsto la stabilizzazione dei posti comuni, ma non per il sostegno. Per quello aspettiamo la delega, che modificherà il quadro normativo”, spiegavano da viale Trastevere. È quello che succederà, visto che il decreto tocca persino il totem della Legge 104 (che regola l’assistenza ai disabili). Una modifica che non può non preoccupare le famiglie: “Oggi noi genitori avevamo un’unica arma: il ricorso in tribunale. Ci vogliono togliere pure questa”, attacca Maria Simona Bellini, del Coordinamento nazionale famiglie disabili.

“IL MIUR VUOLE TAGLIARE 30MILA POSTI” – Ufficialmente, per il Ministero l’obiettivo della delega è quello di “semplificare le pratiche burocratiche” (cosa che in effetti avverrà: il processo di certificazione sarà più snello) e “migliorare l’inclusione“: “non sarà solo la gravità della disabilità a determinare le risposte offerte delle alunne e degli alunni: si cercherà di determinare in senso più ampio i loro bisogni”. Il caso tipico di scuola portato dal Miur è quello dello studente con un grave handicap motorio, che però ha bisogno solo di assistenza fisica perché dal punto di vista intellettivo e didattico non ha alcun problema. Un disabile grave, insomma, se trova un contesto favorevole potrebbe anche non avere diritto alla cattedra completa di sostegno; e viceversa un alunno con un deficit lieve, il cui inserimento però è più problematico, ricevere assistenza piena. “Ma bisogna fare molta attenzione a come verrà applicato”, avverte la Fish. Più pessimisti i sindacati: “Il principio in teoria è anche condivisibile, ma a noi fa paura il modo in cui verrà applicato: l’amministrazione deciderà in base al proprio interesse, che è quello di risparmiare. Anche sull’assistenza ai disabili”, commenta la Flc Cgil. “La normativa in vigore era diventata un problema per il Ministero, l’hanno risolto così: il contenzioso si aprirà lo stesso, ma la legge non aiuterà più le famiglie. A regime il nuovo sistema può tagliare i 30mila posti in deroga sul sostegno”.

VERSO LE CARRIERE SEPARATE: PER I DOCENTI 10 ANNI SUL SOSTEGNO – Questa sarebbe una brutta notizia pure per i docenti, che vedrebbero ridotte le cattedre a disposizione. Nel decreto trova applicazione anche l’idea di una sempre maggior separazione fra la carriera dell’insegnante comune da quello di sostegno. L’obbligo di permanenza sul posto di sostegno verrà raddoppiato: i docenti dovranno aspettare 10 anni (compresi però quelli svolti da supplenti) prima di poter chiedere il trasferimento su una cattedra normale. Una misura per evitare che il sostegno venga utilizzato come “trampolino” per entrare nella scuola (cosa che invero si è verificato spesso negli ultimi anni). Così, però, il rischio è quello di creare una categoria di docenti sempre più assistenti e sempre meno insegnanti. Anche perché per accedere alla specializzazione in futuro bisognerà aver già conseguito all’università anche 60 crediti (5 esami, più o meno) sulle didattiche per la disabilità. La continuità didattica si ottiene (anche) costringendo i docenti a rimanere al loro posto. O dando la possibilità ai presidi di confermare i supplenti, anche in deroga alle graduatorie, purché ci siano i posti disponibili. E questa, forse, è l’unica novità della delega che piace proprio a tutti.

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