C’è chi, avendo in mano un martello, vede tutto come un chiodo. Poi ci sono i no-euro che riconducono qualunque problema alla moneta unica. In effetti è un modo semplice e rassicurante di vedere il mondo, una versione distorta del rasoio di Occam che permette di eliminare ogni spiegazione più sofisticata. Sorvolo sulle tante reazioni deliranti al mio ultimo post (deliranti ma divertenti, come quelli che scrivono “sono un no euro da quattro anni…”, ricordando commossi il momento dell’illuminazione). Oltre a tanti euro-deliri, c’è però il post di Piergiorgio Gawronski che merita qualche considerazione, sia perché l’autore è una persona competente, sia per i temi che solleva e quelli che elimina dal ragionamento.

Mi stupisce che venga rimproverato a me di essere poco “onesto e rispettoso” verso i no euro che da anni mi coprono di insulti irripetibili su ogni social network. Ma andiamo al merito. Proprio Gawronski ha scritto sul Fatto qualche tempo fa che, in sostanza, l’uscita dalla moneta unica è incompatibile con i tempi e le pratiche di una democrazia parlamentare. Scriveva Gawronski il 19 novembre 2016 che “il problema fondamentale dell’uscita dall’euro (direbbe Eichengreen) è che non si può annunciare in anticipo, ma va preparata per tempo e con cura: è il cosiddetto ‘problema dell’incoerenza temporale’. Come potrebbero restare segreti i preparativi in una società aperta come la nostra? Impossibile”.

E un’uscita dall’euro fatta in segreto sarebbe, ipso facto, non democratica: niente dibattito parlamentare, niente possibilità dei cittadini e delle organizzazioni che li rappresentano di partecipare alla discussione e di incidere sul modo di uscirne. Gawronski si preoccupava però soltanto delle fughe di notizie, visto che “nelle nostre istituzioni accesi fautori dell’euro non esisterebbero a far filtrare informazioni riservate o, nei momenti più difficili della transizione, a destabilizzare il governo in carica con l’aiuto di pezzi della finanza internazionale e di governi europei amici. Perciò occorre anche una maggioranza parlamentare molto coesa”.

Quando ho letto quel pezzo ho pensato: ecco, dibattito chiuso. Dall’euro non si può uscire per via democratica. A me preoccupa che si discuta seriamente della possibile azione di guerriglia dei filo-europei nelle istituzioni invece che ragionare sul fatto che se una politica economica, quale la scelta della moneta, non può essere dibattuta pubblicamente all’interno dei canali della nostra democrazia allora, semplicemente, va esclusa dalla lista di quelle da prendere in considerazione.

Questo paradosso dei sovranisti che finiscono per auspicare decisioni che distruggono i fondamenti della sovranità popolare (come usare i referendum per scavalcare i parlamenti, dalla Brexit all’Olanda con l’accordo sull’Ucraina alla politica commerciale del Ceta), è  utile a ricordare la tesi di Mario Draghi che Gawronski voleva confutare e che invece finisce per confermare: l’euro non è un corpo estraneo, un tappo sulla nostra economia, un cappio al collo della politica. E’ una tappa di un percorso, l’inevitabile approdo della costruzione di quel mercato comune su cui si è costruita la pace in Europa nel dopo-guerra. E la base per rendere le nostre società sempre più aperte, difendendo valori purtroppo sempre meno condivisi in quest’epoca dove gli autocrati e i dittatori diventano sempre più popolari.

I no euro sostengono da anni che la moneta unica sia a un passo dall’esplosione per gli squilibri interni, perché la Germania beneficia di un tasso di cambio favorevole mentre quello dell’Italia viene penalizzato. Gawronski spiega che c’è differenza tra avere un tasso di cambio predatorio e lasciare semplicemente fluttuare i tassi per rispecchiare il valore delle economie dietro le valute. D’accordo. Ma buona parte della sua critica si fonda sull’affermazione che “un ritorno alla lira consentirebbe all’Italia solo di annullare il vantaggio competitivo predatorio accumulato dalla Germania. Ma non di accumulare a sua volta un vantaggio competitivo predatorio. Non è questo l’obiettivo di un ritorno alle monete nazionali di Francia Spagna Italia e Grecia”. Affermazione che richiede un ingrediente oggi sempre più scarso, ma che verrebbe spazzato via dalla rottura della moneta unica: la fiducia.

Nel discorso di Lubiana Draghi ha riconosciuto che “la sequenza degli errori passati” – tra cui l’idea che bastasse stare insieme nella stessa moneta per dare sufficienti incentivi alla convergenza – determina una “mancanza di fiducia” che ci impedisce di andare avanti con l’integrazione. Si tratta della fiducia che “tutti i Paesi rispettino le regole che si sono dati, così da ridurre la reciproca vulnerabilità, e la fiducia che tutti attueranno le necessarie riforme per assicurare una convergenza strutturale, così che rispettare quelle regole diventi più facile e la condivisione dei rischi non crei trasferimenti permanenti tra Paesi”.

E’ un po’ ardito, o ingenuo, pensare di scegliere di indebolire i rapporti di cooperazione con gli altri Paesi europei e poi aspettarsi da loro comprensione, apertura, collaborazione. O anche soltanto equa competizione: basta ricordare, en passant, che una delle opzioni per che la Gran Bretagna sta valutando per il post-Brexit  è quella di diventare un vero paradiso fiscale in Europa, un classico esempio di politica predatoria. Non ci si può stupire: scegliendo di ridurre i comportamenti cooperativi, si incentivano quelli aggressivi, da legge della giungla.

Il sovrapprezzo della sfiducia – in termini di costo aggiuntivo per il credito pubblico o privato – potrebbe arrivare a compensare i possibili benefici di breve periodo dovuti al tasso di cambio. E postulare, come fa Gawronski, che la domanda aggregata migliorerebbe perché molti disoccupati troverebbero un lavoro. Ma la valuta più debole toglierebbe potere d’acquisto a chi un lavoro già ce l’ha. Siamo sicuri che il saldo finale sarebbe positivo (anche trascurando l’infinita lista di altri fattori da considerare)? Ci vuole un bell’atto di fede.

Quello che Draghi ci ha ricordato è che cancellare l’euro significherebbe rinunciare a molto altro. A tutto quello che vogliamo salvare.

I profeti di soluzioni semplici e drastiche sono disposti a rischiare di perdere proprio quel benessere e quei valori che a parole – talvolta in buona fede – dicono di voler difendere.