Assenza di controlli sulla gestione delle risorse”, “rilevanti anomalie sul comportamento di alcuni intermediari” e “scarso interesse per la quota di propria competenza da parte dello Stato”, come accade ormai da anni. E’ quello che emerge, ancora una volta, dalla relazione della Corte dei conti sulla destinazione e gestione dell’8 per mille dell’Irpef, cioè il sistema introdotto nel 1985 che prevede la destinazione di una quota di gettito fiscale alla Chiesa cattolica, ad altre dieci confessioni religiose (valdesi, comunità ebraiche, evangelici luterani e battisti, ortodossi, buddhisti, induista e avventisti, chiese cristiane avventiste del settimo giorno e pentecostali) e allo Stato.

Come è noto la Chiesa fa da sempre la parte del leone, ricevendo ogni anno più di 1 miliardo, mentre allo Stato vanno le briciole: lo scorso anno meno di 190 milioni. Questo perché, come sottolineato in diverse occasioni dai magistrati contabili, è “l’unico competitore che non sensibilizza l’opinione pubblica sulle proprie attività e che non promuove i propri progetti”. Lo scarso interesse per la quota di sua competenza, si legge, “perdura nonostante sia stata aggiunta, fra le finalità finanziabili, la ristrutturazione degli edifici scolastici. Contrariamente all’impegno manifestato lo scorso anno, la stessa Presidenza del Consiglio ha confermato che, ancora una volta, anche per l’anno in corso, non si sono promosse specifiche campagne pubblicitarie di tipo diffuso sui media”.

Nell’ultima relazione la Corte rileva “il perdurare degli elementi di debolezza nella normativa, ormai risalente ad oltre 30 anni, e nella gestione dell’istituto, che impongono valutazioni ed iniziative da parte dei molti soggetti coinvolti, come già constatato nella relazione del 19 novembre 2014″. In particolare, “si conferma l’assenza di controlli sulla gestione delle risorse”. “Ad un anno dalla precedente relazione, il monitoraggio ha fatto emergere che – si legge in una nota – risultano rilevanti anomalie sul comportamento di alcuni intermediari, sulle quali proseguono le attività di controllo dell’Agenzia delle entrate e che perdura lo scarso interesse per la quota di propria competenza da parte dello Stato. Si conferma l’assenza di controlli sulla gestione delle risorse”. La Corte ha però dato atto di “un miglioramento nella trasparenza, completezza e correttezza della diffusione dei dati”.