Prima crisi diplomatica per Donald Trump. Non sono passate neanche 24 ore dalla firma dell’ordine esecutivo che impone alle agenzie federali di cominciare a costruire un muro al confine con il Messico e tra il nuovo inquilino della Casa Bianca il presidente Enrique Peña Nieto è rottura. L’omologo messicano di Trump ha annullato la visita a Washington prevista per martedì prossimo, quando avrebbe dovuto partire anche la rinegoziazione dell’accordo commerciale nord americano (Nafta) che il presidente Usa considera “il peggiore mai firmato da questo Paese”. Peña Nieto di fatto ha anticipato Trump, che lo aveva ammonito a non venire “se il Messico non è disposto a pagare per il muro di cui c’è disperato bisogno“.

Dietro la decisione c’è non tanto e non solo la recinzione anti immigrati, quanto la questione di chi ne sosterrà i costi, stimati in almeno 12 miliardi di dollari: come è noto il tycoon in campagna elettorale ha promesso che sarà a carico del Paese confinante. E l’ha ribadito ieri: il suo portavoce ha fatto sapere che per coprire la spesa è allo studio una tassa del 20% sulle importazioni dal Messico. “Pretendiamo il rispetto dovuto come nazione sovrana, e comunque non saremo noi a pagare“, ha risposto a muso duro Peña Nieto durante un discorso in tv. “Il Messico non crede nei muri e non pagherà alcun muro”. Poi, via Twitter, l’annuncio: “Questa mattina ho informato la Casa Bianca che non parteciperò all’incontro fissato il prossimo martedì con Trump” il cinguettio del presidente del messicano.

A rendere agli occhi dei messicani ancora più offensivo il comportamento del presidente americano è stato il fatto che gli ordini esecutivi sulla costruzione del muro siano stati firmati proprio mentre si trovavano a Washington i ministri degli Esteri e dell’Economia, Luis Videgaray e Ildefonso Guajardo, per preparare appunto l’incontro tra i due presidenti. Trump ha sostenuto che la cancellazione è stata “concordata“, perché l’incontro “sarebbe stato sterile” e non avrà luogo fino a quando il Messico non tratterà gli Usa “con rispetto”.

Ma la traduzione in ordine esecutivo della promessa elettorale ha già avuto conseguenze anche sul fronte interno: il capo della polizia di frontiera Usa Mark Morgan è stato costretto a lasciare. Secondo l’Ap ha riferito di aver ricevuto la richiesta di dimettersi e di aver preferito lasciare piuttosto che opporsi. Morgan era stato nominato alla guida dell’agenzia, che ha all’attivo 20mila agenti, lo scorso giugno. Intanto lo speaker della Camera Paul Ryan ha quantificato in 12-15 miliardi di dollari il costo del muro, prevedendo che il Congresso approvi i fondi entro fine settembre. “All’inizio pagheremo noi, anticiperemo noi gli stanziamenti”, ha spiegato in un’intervista televisiva. Poi ci saranno “diversi modi per spingere il Messico a contribuire” alle spese.

E la difficoltà di ottenere i finanziamenti, o a maggior ragione di ipotetici rimborsi da un Paese come il Messico, non è la sola che l’amministrazione di Trump dovrà affrontare per passare dalle parole ai fatti. L’amministrazione non solo dovrà affrontare i ricorsi delle organizzazioni dei diritti civili ma anche quelle dei privati, agricoltori e allevatori, che possiedono terreni lungo il confine di 2mila miglia, solo un terzo delle quali sono federali o di proprietà di tribù. Già per la costruzione dell’attuale barriera, che copre 650 miglia ed è costata in tutto 7 miliardi di dollari, quasi 5 milioni a miglio, vi erano state dispute con i proprietari, specialmente in Texas, cosa che ha ritardato la realizzazione della recinzione votata nel 2006 dal Congresso.