Continua la crociata di Donald Trump contro i costruttori automobilistici. Stavolta a finire nel mirino del neopresidente è la BMW, “colpevole” di fabbricare le proprie automobili in Messico per poi venderle negli States: tanto basta per minacciarla con un dazio di importazione del 35%. E poco importa che il costruttore bavarese possieda il suo impianto più importante proprio negli USA, a Spartanburg (South Carolina), dove è stato recentemente investito un miliardo di dollari per incrementare ulteriormente la capacità produttiva (lo scorso anno ha sfornato 411 mila X3, X4, X5 e X6; mentre le BMW vendute in USA sono state 313 mila): se i tedeschi non porteranno negli Stati Uniti la produzione messicana di San Luis Potosí, sarà calata la scure fiscale.

Tuttavia quelli della BMW non sembrano essere intimiditi dall’uragano Trump. Anzi, la Bayerische Motoren Werke prevede di aprire un’altra fabbrica in Messico nel 2019, dedicata alla costruzione della prossima generazione di Serie 3: un investimento da 1 miliardo di dollari che dovrebbe garantire un volume produttivo di circa 150.000 auto l’anno. Peraltro la 3er è il modello di maggior successo della casa monacense.

Per Ian Robertson, responsabile delle vendite BMW, il problema di trasferire baracca e burattini negli USA sembra non sussistere: “Stiamo costruendo la fabbrica per la Serie 3 in un nuovo impianto per sopperire alla domanda globale. Decideremo dove finiranno quelle auto a seconda delle condizioni del quadro internazionale, quando saremo in prossimità del 2019”. Condizioni che tuttavia, viste le premesse, potrebbero essere poco favorevoli negli USA.

BMW è solo l’ultima azienda automobilistica in ordine di tempo ad essere “invitata” da Trump a lasciare il Messico: quest’ultimo rappresenta per un quinto la produzione di tutto il mercato nordamericano e, secondo il Center for Automotive Research del Michigan, ha attirato investimenti automobilistici per oltre 24 miliardi di dollari dal 2010.

Basti pensare che nel 2015 Nissan vi ha prodotto 823 mila veicoli, l’americanissima GM circa 690 mila e VW 345 mila (ma quelli di Wolfsburg scuciranno 7 miliardi di dollari negli Stati Uniti nel periodo compreso tra il 2015 e il 2019). Il Messico attira anche Daimler, che ha previsto l’avvio dell’assemblaggio dei veicoli Mercedes-Benz nel 2018 in un impianto da un miliardo di dollari condiviso con Renault-Nissan, e Kia, che sta costruendo una fabbrica da 300 mila veicoli annui per soddisfare la domanda da Nord e Sud America.

Mentre Ford – che nel 2015 ha prodotto 457.517 auto in Messico, erogando 700 milioni di dollari – dopo la sfuriata di Trump ha deciso di annullare gli investimenti per 1,6 miliardi di dollari destinati all’apertura di una nuova fabbrica a San Luis Potosí. L’Ovale Blu stanzierà invece 700 milioni per l’espansione dello stabilimento di Flat Rock (Michigan) dove nasceranno nuovi modelli elettrici e a guida autonoma, oltreché Mustang e Lincoln Continental.

Il Gruppo FCA prevede invece uno stanziamento in USA da un miliardo di dollari e 2.000 nuovi posti di lavoro. “Continuiamo a rafforzare gli Stati Uniti come hub manifatturiero globale per quei veicoli essenziali per il mercato delle suv”, ha recentemente dichiarato l’ad Sergio Marchionne. “Sarà effettuato nell’arco di tre anni e riguarderà gli stabilimenti di Warren, in Michigan, dove saranno prodotte la Jeep Wagoneer e la Grand Wagoneer, e di Toledo (Ohio), dove nascerà anche il nuovo pick-up up della Jeep”. E Trump ringrazia.