In questo caso dire “sembra ieri” non ha senso. Perché non sembra ieri. E neanche l’altro ieri. Sono passati trent’anni, e si sentono tutti. Si sentono tutti sulle spalle di chi, come chi scrive, era a Modena, in uno dei primi mega-eventi rock (il primo della sua vita), con quel parterre memorabile che vedeva prima di loro i Lone Justice di Maria McKee, i Big Audio Dynamite di niente popò di meno che Mick Jones, anima proletaria dei Clash, e i Pretenders di Chrissie Hynde, mica la prima che passava da quelle parti. Si sentono tutti sulle spalle dei protagonisti di quell’evento, sui titolari di quell’album, gli U2, oggi un po’ meno apocalittici, sempre che lo siano mai stati, e decisamente più integrati.

Si sentono tutti anche sulle tracce di quell’album, ma non si leggano queste parole come una critica, anzi, piuttosto come la constatazione amichevole di un piccolo miracolo, la cristallizzazione di un lavoro di studio capace, e questo capita solo ai capolavori, di farsi classico già alla sua uscita, di aprire una strada, di indicare una via, come del resto in seguito capiterà altre volte a Bono, The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen.

Perché stanno per ricorrere i trent’anni dall’uscita di The Joshua Tree, l’album della consacrazione planetaria degli U2, quello della svolta americana, o almeno della svolta americana sobria, perché a questo lavoro seguirà quell’altro capolavoro decisamente più spaccone di Rattle and Hum, bagno nelle radici del rock e del blues, ma non certo nell’umiltà, per usare una orrenda espressione in voga in questi tempi, così lontani da quel 1987.

Trent’anni di The Joshua Tree e, di conseguenza, un tour celebrativo, durante il quale, si suppone, l’album verrà riproposto, in giro per il mondo. E chi, come chi scrive, era presente allo stadio di Modena in quel 30 maggio 1987, non può che provare un piccolo brivido di emozione. Perché non capita spesso di poter vedere una rock band entrare nella leggenda, e gli U2, in quel tour questo fecero, entrarono dritti dritti nella leggenda, passando dalla porta principale. Rock, politica, sentimento, tutto all’insegna dello spirito iconoclasta di una band che, già dai precedenti lavori, aveva cominciato a seminare bene, ma che da lì in poi non farà che crescere, con picchi come Achtung Baby e Zooropa, capaci di ridisegnare l’idea di rock, sporcandolo, mischiandolo con suoni che poi in tanti avrebbero praticato.

Certo non i primi, ma i primi a farlo in maniera così clamorosa, palese, eclatante. The Joshua Tree non è solo l’album di “With or Without you”, ancora oggi una delle canzoni più note di Bono e soci, ma l’album del dichiarato amore per l’America, per Elvis, per le chitarre acustiche come per le slide, per Neil Young e per tutta l’iconografia che da quel momento entrerà quasi militarmente a occupare la poetica della band che è stata, e forse è ancora oggi, la più importante al mondo.

Il The Joshua Tree Tour è stato presentato sul sito ufficiale della band, accompagnato da piccoli estratti da quel lavoro, dal già citato “With or Without You” a “Where the Streets have no Name”, fino al gospel sghembo di “I still haven’t found what I’m Looking for”, partirà il 12 maggio da Vancouver, in Canada, per poi toccare buona partre degli States e approdare l’8 luglio in Europa, a Londra. L’Italia è fortunatamente parte di questo tour, con la data del 15 luglio allo Stadio Olimpico di Roma. Bono, The Edge, Adam e Larry saranno più vecchi e meno rivoluzionari di allora, noi con loro, ma una celebrazione è una celebrazione, una festa è una festa, come non andare a festeggiare i trent’anni di una parte della nostra cultura popolare?