“Rubare idee a una persona è plagio, rubarle a molti è ricerca”. Questa affermazione, conosciuta nel mondo di chi si deve guadagnare da vivere e fare carriera pubblicando articoli più o meno scientifici, ma non ditelo alla Mamma, come legge di Felson (dalla 26ma edizione delle leggi di Murphy, a cura di Arthur Bloch), viene tramandata con la raccomandazione di non dimenticarla mai, perché nulla è così ignobile nel mondo della ricerca quanto il plagio.

Eppure. Eppure c’è chi continua a perpetrare questo crimine intellettuale, sperando di farla franca. Vi racconto una storia. Purtroppo il genio della situazione, prego notare il tono altamente sarcastico, è un italiano. Anzi una consorteria di italiani. Ce ne sono otto.

Uno di loro, di certo persona stimata e conosciuta in ambito internazionale al punto di essere uno dei referees, ovvero arbitri giudicatori di lavori altrui di cui si avvalgono le riviste scientifiche di maggior prestigio per valutare quanto viene loro sottoposto per la pubblicazione, dopo aver espresso il suo parere su un certo articolo, visto che la rivista non lo aveva pubblicato, ha pensato bene, dopo avere fatto passare mezzo anno, di pubblicarlo a suo nome su altra rivista, sempre del settore medico.

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Si tratta infatti dei risultati di una ricerca clinica per vedere se ci fosse o meno correlazione fra l’andamento del “colesterolo buono” (lipoproteine ad alta densità, per gli esperti HDL) e la dieta di un certo numero di soggetti. Un lavoro complesso che ha richiesto tempo, denaro e molto lavoro: circa 4000 ore.

Il nostro eroe ha semplicemente tolto dallo studio originale i nomi degli autori sostituendoli con quelli di sette suoi compari, o meglio complici di frode e invece al posto del centro di ricerca statunitense vengono elencati il Centro per l’obesità e i disordini alimentari, Fondazione Stella Maris Mediterraneo, Chiaromonte, Potenza e la U.O.C Medicina Interna, Urgenza ed Accettazione, P.O. S. Giovanni, Lagonegro-ASP Potenza. Peccato però che se si va a cercare si trova il Centro di Riferimento Regionale per la Cura dei Disturbi del Comportamento Alimentare e del Peso. Non solo plagiatori, ma anche spacciatori di coordinate parziali.

Tutto il resto dell’articolo, nemmeno un piccolo sforzo di cambiare testo, tabelle e figure, è identico a quello originale il cui primo autore si chiama Michael Dansinger, ricercatore presso il Tufts Medical Center di Boston, Massachusetts. Ovviamente anche i pazienti hanno cambiato nazionalità e sono tutti italiani.

Caso ha voluto che Dansinger legga l’articolo plagiato e abbia chiesto ai responsabili degli Annals of Internal Medicine se, per caso, fra i peer reviewers, i soggetti di pari fama e sapienza che rileggono gli articoli sottoposti, ci fosse qualcuno degli autori dell’articolo taroccato. Così è scoppiato il caso. Una collezione di comportamenti “non appropriati”, tanto per essere diplomatici.
– Il peer reviewer deve considerare confidenziali gli articoli che riceve da valutare: infatti lo ha tradotto e pubblicato a nome suo.
– Il reviewer in questione ha fabbricato un insieme di pazienti sottoposti a studio clinico che semplicemente non è mai esistito, atto particolarmente grave perché altri medici, in base alle risultanze cliniche inventate, avrebbero potuto prendere decisioni errate per i loro di pazienti.
– Il reviewer, non contento del plagio da lui ordito, ha pensato bene di coinvolgere altre sette persone che o hanno permesso che venisse usato il loro nome sapendo di non avere mai partecipato allo studio oggetto della pubblicazione, oppure ne erano totalmente all’oscuro. Difficile da credere.

Gli Annals of Internal Medicine hanno informato i responsabili delle due istituzioni citate come datori di lavoro degli autori del plagio. I suddetti responsabili hanno notificato la ricezione dell’informazione, guardandosi bene dall’indicare quale azioni sarebbero state da loro messe in essere. Si ha il serio sospetto che nulla sia accaduto.

La rivista che ha pubblicato il plagio, lo Experimental and Clinical Sciences Journal, conosciuto come EXCLI Journal (EXCLI J.2016;15:166-176) in data 19 settembre ha pubblicato online la Retraction, ovvero la ritrattazione a firma di Carmine Finelli, MD PhD: “Gentile Direttore, come primo autore chiedo la ritrattazione del nostro articolo Finelli et al, con il consenso degli altri autori (NdA: vorrei vedere!), a causa della riproduzione non autorizzata di materiale confidenziale di un altro manoscritto. I dati dell’articolo ritrattato sono in effetti relativi a un gruppo di pazienti di Boston, MA, che hanno partecipato a uno studio clinico registrato in Clinicaltrials.gov come NCT02454127. Siamo molto spiacenti per quanto accaduto e chiediamo scusa alla comunità scientifica”.

Tutto qui.

Scrive, con grande dignità, Dansinger all’autore del plagio: “… Come certamente lei sa, rubare è male. Lo è in particolare nel campo della scienza. Il principio del Peer Review si basa sul comportamento etico di chi è chiamato a rileggere il lavoro di altri. Questi casi di furto, frode scientifica e di plagio non possono essere tollerati, perché recano danno e sono non etici. Chi se ne rende responsabile dovrebbe, in generale, aspettarsi di vedere rovinata la propria carriera. (…) Difficile comprendere perché lei abbia accettato di prendersi un tale rischio. Ha certamente lavorato duro per diventare medico e ricercatore. So che ha già pubblicato molti articoli di ricerca. Tutto ciò non ha senso”.

No, tutto ciò non ha senso. Eppure. Perché le istituzioni di appartenenza non hanno preso provvedimenti nei confronti dei loro dipendenti truffaldini e se li hanno presi, non lo abbiano detto? Possibile che in Italia la pressione a pubblicare, perché se non pubblichi non sei nessuno, non hai nessuna speranza di fare carriera, sia diventata così alta da dovere ricorrere al plagio, con i rischi a esso associati? Viviamo in un’atmosfera così lassista che i valori morali sono finiti sotto le scarpe al punto che non si considera il plagio un’infrazione grave all’etica professionale? Abbiamo a che fare con un altro dei tanti esponenti del clan dei furbetti convinti che comunque la si fa franca?

Mi dispiace. Avrei voluto raccontare una storia di Natale, piena di buoni sentimenti, non l’ennesima, banale storia italiana.