La latitanza in Libano? Solo una “gita” per verificare la possibilità di una collaborazione tra la sua fondazione e quella dell’ex presidente Gemayel. Farsi eleggere in parlamento per evitare la custodia cautelare? “Un errore perché avrei fatto meglio a farmi arrestare prima e scontare subito la condanna, quando avevo cinquant’anni; invece mi trovo qui dentro a 75 anni, vedo avvicinarsi il finale di partita e sinceramente mi dispiace passarlo qui”. La sua condanna per concorso esterno a Cosa nostra? Frutto di una “guerra ancora in corso contro Silvio Berlusconi: finché non finisce devo stare qui”. Parola di Marcello Dell’Utri, l’ex senatore del Pdl condannato in via definiva a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Detenuto dal giugno del 2014, prima nel penitenziario di Parma e poi in quello di Roma Rebibbia, il fondatore di Forza Italia torna a far sentire la sua voce dopo due anni e 8 mesi di carcere: con i bonus previsti dalla legge dovrebbe avere già scontato più di metà della sua pena. “Ma non faccio calcoli, aspetto e basta”, dice intervistato da Giovanni Bianconi del Corriere della Sera, che lo descrive come “dimagrito ma in salute”. “Mi tengono sotto controllo in Infermeria”, dice Dell’Utri, dato che – come raccontato dal fattoquotiano.it – nei mesi scorsi i suoi legali hanno depositato un’istanza al tribunale di sorveglianza di Roma per chiedere la detenzione domiciliare del loro assistito. Nel frattempo lo storico braccio destro di Berlusconi cerca di far passare il tempo dietro le sbarre: la mattina è nell’area universitaria con i reclusi che studiano Giurisprudenza, il pomeriggio studia nella sua cella per il prossimo esame in Lettere e Storia all’università di Bologna (finora ha dato una sola materia: Storia medievale con trenta/trentesimi), la sera invece si occupa della corrispondenza, gioca a scacchi con un detenuto georgiano (“È fortissimo, prima vinceva sempre”) e vede un po’ di televisione. “Guardo i talk show in tv, ma sono più inquietanti che interessanti”, dice Dell’Utri, che poi si lamenta dell’eccessivo rumore dell’ambiente carcerario. “Questa è un’esistenza quasi monastica anche se manca il silenzio: c’è sempre troppo chiasso”.

E pensare che all’ex senatore è stata assegnata una cella singola nel reparto G14 del carcere, vero fiore all’occhiello di tutto il penitenziario. “Ma il sazio non crede a chi è digiuno”, commenta il palermitano Dell’Utri, rispolverando un vecchissimo detto siciliano, per definire il disinteresse della politica per il mondo carcerario. Un’indifferenza che ha colpito anche lui ai tempi in cui sedeva a Palazzo Madama. “Ma del resto la mia esperienza politica è stata un disastro”, confessa il fondatore di Forza Italia, che però non rinnega la creazione del partito azienda. “Quella – spiega – fu un’iniziativa giusta, ma nel 1996 mi sono candidato per difendermi nei processi, come ho sempre ammesso, e ho sbagliato. Lo status di parlamentare mi ha evitato la carcerazione preventiva e ha allungato i processi, ma avrei fatto meglio a farmi arrestare prima e scontare subito la condanna, quando avevo cinquant’anni; oggi sarei libero, un uomo saggio con un bagaglio di esperienza in più. Invece mi trovo qui dentro a 75 anni, vedo avvicinarsi il finale di partita e sinceramente mi dispiace passarlo qui anziché con la mia famiglia, i miei nipoti e i miei più cari amici”.

Tra questi ultimi sono già andati a trovare l’ex senatore Fedele Confalonieri e i parlamentari Brunetta, Romani, Toti, Palmizio, Prestigiacomo, Bernini, Gasparri, Santanchè. Manca all’appello Berlusconi (“ogni tanto gli mando gli auguri”) e Denis Verdini. “Per motivi di opportunità non s’è fatto vedere, ma mi ha mandato i saluti. Questa storia del suo tradimento di Berlusconi non mi convince, conosco la sua devozione e l’affetto che ha per Silvio”, dice Dell’Utri e i motivi d’opportunità altro non sono che il processo sulla P3 dove sono coimputati. Solo uno dei tanti procedimenti ancora pendenti sul capo di Dell’Utri, che potrebbe quindi vedere allungata la pena da scontare in carcere. “Di alcuni processi – racconta l’ex senatore – non mi interesso tanto sono astrusi, come la trattativa Stato-mafia o la P3; alla frode fiscale penseranno i miei avvocati, mentre la storia dei libri rubati alla Biblioteca dei Girolamini mi brucia più dell’accusa di concorso esterno. Io li ho acquistati o ricevuti senza sapere della loro provenienza furtiva, altrimenti non li avrei messi a disposizione del pubblico nella mia biblioteca, incardinandoli nel catalogo. In tal modo ho potuto restituirne più di quelli contestati”. Eppure all’appello dei libri sottratti dall’ex direttore della biblioteca Massimo De Caro, già condannato a sette anni perché ritenuto il principale responsabile della sottrazione, mancano ancora diversi volumi, come per esempio L’Utopia di Tommaso Moro: non è che il senatore sa per caso dove si trovi? “A parte che si tratta di un libro cosiddetto ‘scompleto’ e quindi di scarso valore venale, non si è rintracciato per via di alcuni traslochi. Ma io saprei trovarlo in mezzo agli scatoloni, purtroppo al momento sono impedito”, dice Dell’Utri che continua a respingere anche la più pesante delle accuse a suo carico: aver mediato tra Cosa nostra e Berlusconi. “Io non ho fatto niente di tutto questo. Ho conosciuto solo Vittorio Mangano e Gaetano Cinà , senza sapere che fossero mafiosi, se poi è vero che erano mafiosi; e partecipai alla festa di matrimonio di quel Jimmy Fauci, altra persona di cui non conoscevo le attività criminali, in cui arrivai che erano già alla torta”, continua a sostenere nonostante la cassazione abbia già messo il bollo sulla condotte addebitate all’ex senatore da parte della procura di Palermo. “I giudici – sostiene Dell’Utri – possono anche sbagliare, o subire i condizionamenti di certi climi, com’è successo a Palermo nel mio processo d’appello”. Il fondatore del partito più forte della Seconda Repubblica si sente dunque ancora una vittima della giustizia ?”Io – dice – mi sento un condannato detenuto, bensì un prigioniero che ha perso una guerra ancora in corso, e finché non finisce devo stare qui. Solo dopo mi libereranno”. Che tipo di guerra? “Contro Silvio Berlusconi, e contro di me per interposta persona – spiega – Io per adesso studio la storia, ma forse arriverà un giorno in cui la scriverò anch’io. Ho già qualche idea”. E chissà che tipo di storia sarebbe quella scritta dall’uomo – cerniera tra Cosa nostra e Berlusconi.