Rispetto a 25 anni fa, i giovani di oggi hanno un reddito del 26,5% più basso di quello dei loro coetanei di allora, mentre quello degli over 65 anni è aumentato del 24,3 per cento. A fare i conti è il Censis nel suo Rapporto 2016 sulla situazione sociale del Paese. “Sono evidenti gli esiti di un inedito e perverso gioco intertemporale di trasferimento di risorse che ha letteralmente messo ko economicamente i millennial”, annota l’istituto. Secondo il quale la ricchezza dei nati dopo il 1980 è inferiore del 4,3% rispetto a quella dei loro coetanei del 1991, mentre per gli italiani nell’insieme il valore attuale è maggiore del 32,3% rispetto ad allora e per gli anziani è superiore addirittura dell’84,7 per cento. Nel frattempo l’Istat fa sapere che tra 2008 e 2015 i giovani che non studiano e non lavorano sono passati dal 19,3% al 25,7% dei 15-29enni, portando l’Italia al primo posto in Europa (prima della Grecia) per quota di Neet.

Venticinque anni fa i giovani guadagnavano più della media. Ora rapporto invertito – Rispetto alla media della popolazione, oggi le famiglie dei giovani con meno di 35 anni hanno un reddito più basso del 15,1% e una ricchezza inferiore del 41,1%, rileva il rapporto. Il divario tra i giovani e il resto degli italiani si è ampliato nel corso del tempo, perché venticinque anni fa, valuta il rapporto, i redditi dei giovani erano superiori alla media della popolazione del 5,9% (mentre oggi sono inferiori del 15,1%) e la ricchezza era inferiore alla media solo del 18,5% (mentre oggi lo è del 41,1%). A rendere il quadro ancora più fosco ci pensano poi i dati Istat sui Neet. A crescere, dal 15,6 al 24,2%, è soprattutto la quota di ragazzi maschi che non studiano né lavorano, anche se quella femminile – comunque in aumento dal 23 al 27,1% – risulta costantemente superiore. Nel 2015 l’Italia ha la più alta quota di Neet d’Europa per entrambi i sessi, seguita da Grecia (22,2% maschi, 26,1% femmine), Croazia (20,8% maschi) e Romania (26,1% femmine). Del resto, rileva l’istituto di statistica, negli anni della crisi la perdita di posti di lavoro ha colpito maggiormente i diplomati e gli individui con la licenza media rispetto a laureati e persone con licenza elementare. Tra 2008 e 2015 il tasso di occupazione è sceso da 45,9 a 38,4% tra coloro in possesso di licenza media (-7,5 punti percentuali) e da 62,8% a 56,7% tra i diplomati (-6,1 punti). Un trend che può aver avuto un ruolo nello scoraggiare molti giovani dal proseguire il percorso di studi.

Aspettative sul reddito futuro negative o piatte. Figli e nipoti staranno peggio – Sul fronte della disponibilità economica, il Rapporto Censis rileva come gli italiani che possono contare su rendite non investano sul futuro e come le aspettative dei nostri connazionali continuino ad essere negative o piatte. Il 61,4% della popolazione è infatti convinto che il proprio reddito non aumenterà nei prossimi anni, il 57% ritiene che i figli e i nipoti non vivranno meglio di loro e lo pensa anche il 60,2% dei benestanti, “impauriti dal downsizing generazionale atteso”. Dalla consapevolezza, insomma, che i loro eredi faranno più fatica a tirare avanti.

Più di metà della popolazione intende tagliare ancora le spese – Dal quadro delineato dal Censis emerge poi che il 63,7% degli italiani crede che, “dopo anni di consumi contratti e accumulo di nuovo risparmio cautelativo, l’esito inevitabile sarà una riduzione del tenore di vita“. Fare investimenti di lungo periodo, rileva l’istituto, è una opzione per una quota di persone (il 22,1%) molto inferiore a quella di chi vuole potenziare i propri risparmi (il 56,7%) e tagliare ancora le spese ordinarie per la casa e l’alimentazione (il 51,7%). “L’immobilità sociale genera insicurezza, che spiega l’incremento dei flussi di cash”, afferma il rapporto. Rispetto al 2007, dall’inizio della crisi gli italiani hanno accumulato liquidità aggiuntiva per 114,3 miliardi di euro, “un valore superiore al Pil di un Paese intero come l’Ungheria”, segnala il Censis. Insomma, l’Italia rentier “si limita a utilizzare le risorse di cui dispone senza proiezione sul futuro, con il rischio di svendere pezzo a pezzo l’argenteria di famiglia”.

“Seconda era del sommerso, ma oggi è arma di pura difesa” – L’Italia sta vivendo una “prolungata e infeconda sospensione, dove le manovre pensate in affannata successione non hanno portato i risultati attesi”. In questo contesto, secondo il Censis, è nata una “seconda era del sommerso“, che punta (dal risparmio cash alla sharing economy) alla “ricerca di più redditi”. Fenomeno diverso dal sommerso degli anni ’70 che fece da battistrada a “una saga di sviluppo industriale e imprenditoriale” e all’industrializzazione di massa. Oggi invece siamo in presenza di una “arma di pura difesa“, un “sommerso post-terziario, dove vive un magma di interessi e comportamenti, un’onda profonda di soggetti e di scelte”. Un fenomeno che ha un legame con i “processi sociali più importanti di questo periodo, un legame che lo rende invasivo quanto invisibile nella proliferazione di figure lavorative labili e spesso provvisorie” e che “ha ereditato poco della prassi e della cultura industriali; non ha saldezze organizzative e manageriali, tanto meno adeguati riferimenti sistemici; ma è comunque un fenomeno di enorme peso e importanza”. Quella di oggi, insomma, è un’era del sommerso “più statico che evolutivo” e “molecolare”, “senza un sistemico orientamento di sviluppo”.

“Sempre più pagamenti cash per gestire in proprio la liquidità” – Negli ultimi due anni, “pur se segnati da una “diffusa sensazione di impoverimento”, si osserva nel Rapporto, “c’è stata una grande esplosione dei comportamenti volti all’accumulazione di redditi, di risparmi, di patrimoni, e alla decisa volontà di farli ulteriormente fruttare”. Si va dall’attuazione di “una puntuale politica del risparmio” all’esplosione “negli ultimissimi anni di un grande risparmio cash” non solo legato a evasione e riciclaggio ma “in parte più consistente dovuto alla propensione di intere categorie professionali e sociali a richiedere pagamenti in moneta, ‘per non andare in banca’ e per gestire in proprio la propria liquidità”. In parallelo alle gestione dei beni ‘mobiliari’ anche sugli immobili si è affermata una “vocazione al sommerso”. Da una “conservazione da ‘bene rifugio'” si sta passando a “una imitativa strategia di ‘messa a reddito’: non c’è casolare rurale, appartamento urbano, attico panoramico che non veda i proprietari decisi a farli rendere attraverso utilizzi (casa per vacanze, bed and breakfast, location per eventi vari, ecc.) dove impera la transazione cash (non solo per la parte immobiliare, ma anche per i servizi correlati)”.

I pensionati hanno redditi maggiori che in passato. Ma 1,7 milioni hanno chiesto aiuto a amici e parenti – Non possono lamentarsi, stando al rapporto, i pensionati: lasciano il lavoro a un’età più avanzata che in passato ma hanno anche redditi pensionistici mediamente migliori, come effetto di carriere contributive più lunghe e continuative nel tempo e occupazioni in settori e con inquadramenti professionali migliori. Negli anni 2008-2014 il reddito medio del totale delle pensioni è passato da 14.721 a 17.040 euro (+5,3%). Per 3,3 milioni di famiglie con pensionati le prestazioni pensionistiche sono l’unico reddito familiare e per 7,8 milioni i trasferimenti pensionistici rappresentano oltre il 75% del reddito familiare disponibile. Tuttavia sono stimati in 1,7 milioni i pensionati che hanno ricevuto un aiuto economico da parenti e amici. Ma i pensionati non possono essere considerati solo come recettori passivi di risorse e servizi di welfare, perché sono anche protagonisti di una redistribuzione orizzontale di risorse economiche: sono 4,1 milioni quelli che hanno prestato ad altri un aiuto economico.