E non chiamatelo “popolo della rivolta” per favore. Trump è stato eletto dal “popolo” americano, punto e basta. Può non piacere. A me non piace, per esempio. E anzi credo che sia una pessima notizia e che se ci basiamo su quello che ha detto e fatto in campagna elettorale, c’è molto da preoccuparsi ad avere nella stanza dei bottoni degli Stati Uniti d’America un miliardario razzista, misogino, retrogrado, protezionista e contaballe. Anzi, che proprio sulle balle ha fatto la sua fortuna.

Ma queste sono chiacchiere. Staremo a vedere cosa farà. Già nel discorso di ringraziamento agli elettori ha avuto toni completamente diversi. Ha detto che sarà il presidente di tutti, è stato inclusivo e non terrorizzante. Ha parlato addirittura di collaborazione internazionale. E questo sì, viste le premesse, è abbastanza incredibile. Non poteva dire altro, è vero. Ma intanto l’ha fatto. E visto il personaggio non è cosa da poco.

Quindi ogni discorso su cosa farà e come sarà è prematuro. E qui apro una piccola parentesi: siamo proprio ma proprio proprio sicuri che sarà comunque un presidente peggiore di George Bush Jr? Chiusa la parentesi. Così, a caldo, dopo questo risultato che molti adesso definiscono “inaspettato”, ma invece non lo era per niente, vorrei sottolineare solo due cose.

1) Forse è proprio questo che si intende quando si parla di sogno americano. Un paese dove chiunque, anche un Donald Trump, può diventare presidente. Dove c’è un’opportunità per tutti, nonostante tutto. E’ la ricerca della felicità, è la speranza di migliorare le proprie condizioni di vita, che ha reso grande l’America e il suo sogno. Questo ce lo siamo scordato, ma il popolo americano evidentemente no. E allora, anche se Trump non ci piace – e a me non piace, lo ribadisco – non si può fare due pesi e due misure e dire che se viene eletto un outsider come Obama è una grande vittoria della democrazia mentre se vince Trump è la sua sconfitta. L’America, che è stata un faro delle democrazie occidentali negli ultimi due secoli, è fondata su questo principio. Con questo voto la democrazia americana si dimostra più vitale e reattiva che mai.

2) Le regole del gioco si rispettano e non si cercano scappatoie. Mentre lo spindoctor di Hillary Clinton, John Podesta, diceva ai sostenitori democratici di andare a dormire tranquilli, che i voti erano da ricontare e il risultato troppo incerto per fare dichiarazioni, Hillary ha rotto subito gli indugi e ha telefonato immediatamente a Donald per congratularsi. E’ la prassi. Sarebbe stato gravissimo se non fosse stata rispettata, soprattutto dopo la bestiale e violenta campagna elettorale che si è appena conclusa. E Trump le ha riconosciuto il suo impegno: “Ringrazio Clinton per quello che ha fatto per il Paese, e lo dico veramente. Ora superiamo le divisioni”.

E ora lascio la parola ai sociologici, ai politologi, agli americanologi, agli analisti, agli economisti e ai gianniriotti.