Tanti soldi per il diritto allo studio, per la ricerca e per assumere (altri) docenti. Ma anche per le paritarie, l’alternanza scuola-lavoro e il merito. La legge di Bilancio è un colpo al cerchio dei settori insoddisfatti del ministro Stefania Giannini (studenti e ricercatori, insegnanti e sindacati) e uno alla botte dei principi che stanno più a cuore al governo (valutazione e interazione coi privati). Per i finanziamenti supplementari ai dipartimenti giocherà un ruolo importante la criticatissima Anvur, l’Agenzia nazionale della valutazione.

Altre assunzioni per la Buona Scuola – Dopo le iniezioni di risorse del 2015 per la realizzazione della riforma e del piano straordinario di assunzioni, stavolta la scuola porta a casa pochi interventi. Ma buoni (ovvero onerosi). Non bastassero le circa 87mila immissioni in ruolo della riforma, le 63mila del concorsone e le 30mila residue delle Gae, il ministero dell’università e della ricerca ha ottenuto 400 milioni di euro (a decorrere dal 2018, per il 2017 sono 140 milioni) per stabilizzare altre migliaia di precari e assottigliare il più possibile l’assurda distinzione fra organico di diritto (la dotazione di personale teorica riconosciuta alle scuole) e organico di fatto (quella che serve realmente a far funzionare gli istituti). Non si sa ancora quanti posti in più genererà il provvedimento: circa 25mila secondo i calcoli del Miur, solo 11mila per il Tesoro. La questione sarà oggetto di trattativa. Intanto i fondi ci sono. Così come quelli (altri 300 milioni) per mettere in atto le deleghe della riforma, in particolare il progetto 0-6 su asili e scuola dell’infanzia che vedrà la luce nelle prossime settimane. Queste erano le misure che più stavano a cuore alla Giannini: la ministra può dirsi soddisfatta.

Più ricerca, ma quale merito? – Per quanto riguarda invece l’università, fedele alla retorica inaugurata con la presentazione dell’ultimo Piano nazionale di ricerca la legge di Bilancio prevede anche una serie di finanziamenti a supporto dei ricercatori. La novità più positiva è sicuramente l’istituzione di un Fondo nazionale per la ricerca di base da 45 milioni di euro l’anno (circa 3mila euro a testa per i beneficiari, fra cui però sono stati inclusi anche i professori di seconda fascia). E’ un primo passo per iniziare a colmare l’assenza cronica di bandi, insieme agli incentivi per il rientro dei cervelli in fuga dall’estero. Quella più controversa, invece, riguarda la creazione di un Fondo per il finanziamento dei Dipartimenti universitari di eccellenza, addirittura da 270 milioni di euro l’anno: i 180 migliori dipartimenti del Paese riceveranno fino a 1,35 milioni in più l’anno per incrementare le proprie attività. Ma la loro valutazione sarà affidata a una commissione di nomina ministeriale (e con un rappresentante della presidenza del Consiglio) e dipenderà anche dai parametri della criticatissima Vqr dell’Anvur. Piuttosto che incrementare il Fondo di funzionamento ordinario degli atenei, sempre più scarno, il ministero ha deciso di premiare le eccellenze del proprio sistema. I veri soldi per la ricerca vanno altrove: ancora allo Human Technopole, pallino di Matteo Renzi.

150 milioni per il diritto allo studio. Assegni da 15mila euro per i migliori diplomati a basso reddito – Dopo due anni dedicati ai problemi dei docenti e alle richieste dei sindacati, finalmente arrivano anche i primi interventi a sostegno degli studenti. In particolare 85 milioni di euro (nel 2018, la metà nel 2017) andranno alle università che esonereranno totalmente dal pagamento dei contributi i propri studenti in regola con gli esami e con un reddito familiare inferiore ai 13mila euro (previsti esoneri parziali anche per gli Isee fino a 25mila euro). Il Fondo statale per le borse di studio viene integrato di 50 milioni di euro l’anno (alle Regioni il compito di gestirli), mentre 20 milioni di euro (a pieno regime solo nel 2019) andranno alla nuova Fondazione Articolo 34 e si tradurranno in 400 assegni da 15mila euro l’anno per i migliori diplomati del Paese con reddito inferiore ai 20mila euro che vorranno andare a studiare fuori dalla propria Regione. Per beneficiare della borsa per tutta la durata dei corsi bisognerà essere in regola con gli esami e mantenere una media non inferiore a 28/30. Attenzione, però: fra i requisiti di accesso ai contributi figurano anche i voti conseguiti alle controverse prove Invalsi di italiano e matematica. Una maniera di valorizzare i test, visto che la loro introduzione nell’esame di maturità non è più così probabile. Complessivamente il pacchetto vale 150 milioni di euro l’anno a regime. Scongiurata in extremis l’abolizione del limite del 20% tra gettito delle tasse annuali e fondo di finanziamento ordinario, secondo cui gli atenei non possono recuperare dagli iscritti un importo superiore a un quinto del contributo ricevuto dallo Stato.

I regali ai privati e la mancia agli ex Lsu – Ad altre logiche rispondono una serie di interventi accessori che valgono comunque oltre 250 milioni di euro l’anno. All’ultimo momento sono stati dimezzati i cento milioni extra alle scuole paritarie che servivano a soddisfare l’ala centrista del Dicastero che fa capo al settosegretario Gabriele Toccafondi, in quota Alfano: alla fine saranno “solo” 24,4 milioni per gli istituti che accolgono alunni disabili e 25 milioni per le materne (in compenso aumenteranno fino a 800 euro le spese detraibili per chi iscrive un proprio figlio in una scuola non statale). Si tratta comunque di fondi supplementari, che si aggiungono ai 500 milioni ordinari e portano il contributo pubblico alle private al massimo storico dai tempi del governo Berlusconi. Le polemiche sono già iniziate. Arrivano poi sgravi fiscali (fino a un massimo di 85 milioni nel 2019 e nel 2020) per le aziende che assumeranno studenti appena diplomati che hanno svolto presso di loro l’apprendistato curriculare. Non manca nemmeno una strizzatina d’occhio ai sindacati: viene prorogato per il 2017 il programma di edilizia scolastica “Scuole belle”, iniziato nel 2014, che un’inchiesta del fattoquotidiano.it ha svelato essere stato concepito per dare lavoro agli ex lavoratori socialmente utili più che per aiutare le scuole. Solo qualche mese fa il ministero aveva dovuto varare una prima proroga per il 2016, su pressione dei sindacati che minacciavano agitazioni a catena non appena fossero finiti i soldi del programma. Accontentati con altri 128 milioni di euro.

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