Il nostro paese è un paese di navigatori, di santi e di poeti…
e di sottosegretari

(Totò nella parte dello smemorato ne Lo smemorato di Collegno)

Ora che il presidente del Consiglio è tornato dagli Stati Uniti, i vicesegretari del Pd Lorenzo Guerini e Debora Serracchiani riusciranno finalmente a chiedergli qualche minuto per sottoporgli l’urgenza più grave per il partito. Non il referendum, non la legge di bilancio, bensì la figura barbina che la deputata Micaela Campana – da testimone del processo su Mafia Capitale – ha fatto fare al Pd e per estensione alla cosiddetta classe dirigente emergente, sempre molto emergente e sempre poco classe dirigente. Una via crucis conclusa dopo oltre due ore faticosissime, in cui ha messo alla prova la pazienza di pm, giudice, cancellieri e avvocati, più stupefatti che amareggiati. Gisella Ruccia, in due suoi blob, ha reso l’idea della deposizione disastrosa della parlamentare punteggiata di “non ricordo” per fatti più o meno dell’altroieri e di risposte da avanspettacolo, come quando ha spiegato che salutava Salvatore Buzzi – ritenuto al vertice dell’associazione a delinquere – con “bacio, grande capo” per una “forma di rispetto”, dimenticandosi che lei rappresenta il popolo italiano – e non casa sua – anche quando scrive sms.

Per capire lo sbigottimento di chi era in aula, non c’è bisogno di sapere niente di Mafia Capitale, non c’è bisogno di capire cos’è il processo su Mafia Capitale, non c’è bisogno di entrare nel dettagli di cosa parlano magistrati e avvocati quando pongono le loro domande alla teste Campana. Non c’è bisogno di capire. Basta prendersi qualche minuto e pescare a caso nell’audio dell’udienza su Radio Radicale.

I “non ricordo” sono decine, pronunciate da una donna di 39 anni, ritenuta uno degli astri nascenti del più grande partito italiano. Le giustificazioni sono da studente chiamato all’interrogazione nel giorno sbagliato: “Sa, i parlamentari si occupano di tante cose”, risponde al tribunale su un certo incontro. “I parlamentari fanno tante cose, ma di solito fanno cose utili: perché partecipò a quell’incontro?”, tocca rispondere alla presidente del tribunale Rosanna Ianniello.

Alle domande dirette risponde con “di solito”, “quando mi accade questo”, “probabilmente”. Alla prima non riesce mai a rispondere sul punto, comincia la frase parlando sempre d’altro. La Ianniello è costretta a ricordarle a un certo punto che non è una passante all’angolo: “Sta anche nella commissione Giustizia, dovrebbe sapere che il testimone risponde sui fatti che è a conoscenza. Qui non facciamo giudizi di probabilità. Il processo ha delle regole. Non dovrei essere io a spiegargliele”. Quando le chiedono chi è Nicolò Corrado la prima cosa che risponde è “un consigliere del municipio”. Per farle dire che è anche suo cognato, bisogna chiederglielo. Non capisce per 10 volte una domanda elementare che le pongono nell’ordine un avvocato, il pm e il giudice: “Assicurò a Buzzi che avrebbe presentato l’interrogazione?”. Sì? No? Niente, arzigogoli. Altre 4-5 ripetizioni servono per un’altra domanda, non su Heidegger ma su un suo trasloco: “E’ vero che chiamò Buzzi per occuparsene?”. Sì? No? Dopo un po’ la risposta naturalmente è “non ricordo”.

La Campana dà sulla voce al giudice, contesta le domande, interrompe gli avvocati. “Lei non è chiamata a fare interruzioni, è chiamata a rispondere alle domande”. Di sicuro le sarà sfuggita la finezza che le dedica in udienza la stessa Ianniello: “Quindi lei per liberarsi dell’insistenza di Buzzi ha mentito. Quando serve, lei mente”. “E’ una modalità…”. “Non è una modalità, è una menzogna”. “Ho usato un’espressione…”. “Sì, guardi per fare qualsiasi cosa nella vita si utilizzano le ‘espressioni’, ma dietro le parole ci sono comportamenti, azioni e qualche volta sentimenti”. Dopo le continue reprimende della presidente del tribunale, uno qualsiasi per l’imbarazzo avrebbe voglia di scappare in un altro Paese e aprire una bella gelateria.

In due ore la Campana non ha mai capito dove si trovasse e quale atteggiamento avrebbe dovuto tenere. Era in un tribunale, dove si pronunciano sentenze in nome del popolo italiano. E lei era in quel momento parte della più alta espressione della democrazia, cioè il Parlamento. Su quella sedia (dopo avere incredibilmente scartato la facoltà di non rispondere) ha pronunciato la formula di rito per tutti i testimoni che – a dispetto della stanca ripetizione di tutti i giorni in tutte le aule di giustizia – è una professione di fedeltà al proprio ruolo di cittadinanza. “Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza”. Un giuramento gualcito non da un comune cittadino, non dallo spacciatore dei giardinetti, ma da una parlamentare che per giunta rappresenta un partito sul tema dei diritti e discetta di giustizia nella commissione di Montecitorio.

La Campana una cosa buona l’ha fatta: ha rifiutato che le telecamere della Rai la riprendessero e così si è salvata almeno dalla parodia di se stessa. Ma forse ha ugualmente scambiato il tribunale di Roma per uno di quei talk-show da sotto-Parlamento, dove ci si fanno le ossa per poi diventare un giorno Andrea Romano. Alla Campana pareva d’essere a Quinta Colonna. Credeva davvero di poter dire cosa le pareva – frasi fatte, frasi vuote, prive di senso, quell’italiano incerto – tanto poi nessuno te ne chiede conto. Credeva che funzionasse come funziona la vita dei politici di oggi, con le telecamere senza intervistatori, conduttori che si preoccupano solo del turno di parola, dove basta dire qualcosa, non si aspetta nemmeno la risposta alla domanda, è sufficiente alzare la voce. “Dove vai?”, “Son cipolle”, dicono in Toscana.


Totò e Peppino, i falsi testimoni di v-local

La verità è che la prestazione della deputata – comunque meno divertente di Totò – è il simbolo dello stato di salute di un ceto politico che si crede all’altezza, ma non lo è.

La Campana non è l’unico problema del Parlamento italiano, come spesso questo e altri giornali sono costretti a ricordare. Il senatore dell’Ncd Roberto Formigoni il 22 dicembre rischia una condanna a 9 anni di carcere per aver “dirottato i soldi della sanità della Lombardia per i suoi sollazzi” (parole della Procura). Giancarlo Galan, Forza Italia, è rimasto per mesi presidente della commissione Cultura della Camera che però non poteva esercitare perché era costretto ai domiciliari per una sentenza definitiva. Ai vertici del M5s c’è il deputato Carlo Sibilia che è solito definire “farsa” lo sbarco sulla Luna e definì un attentatore in Canada uno “che ha ritrovato la ragione”. Al Senato c’è Antonio Azzollini (sempre Ncd) che a una religiosa disse: “Da oggi in poi comando io, se no vi piscio in bocca”. Sempre al Senato, infine, c’è Razzi che ci si ride e vabbè – ma paragona la Corea del Nord alla Svizzera.

Renzi – che su certe questioni è integerrimo, tutti ricordano il caso Cancellieri – capirà che sono già di troppo i 5 giorni già passati senza che la Campana sia stata almeno messa in sicurezza, lontana dai ruoli di responsabilità che le sono stati affidati, cioè quello di componente della commissione Giustizia, capogruppo – nientemeno – della commissione bicamerale Schengen che si occupa anche di vigilanza di Europol e infine responsabile Welfare e Diritti, nella segreteria che non è il circolo ricreativo dei ferrovieri ma è quella che dà la linea politica a un partito.

A dimostrazione che non è un avviso di garanzia a fare la differenza, ma l’adeguatezza a rappresentare un pezzo dello Stato. Si dà per scontato – ora e per sempre – che la Campana non abbia voluto nascondere niente e che abbia risposto con tutta onestà. Ma, a pensarci, è anche peggio. Gli elettori, gli iscritti e i sostenitori del Partito democratico hanno il diritto di non dover essere rappresentati da una che non si ricorda nulla, che non capisce le domande alla prima, che risponde fischi per fiaschi. Di una così non ci si può fidare, il partito ne può fare a meno.