Il voto sul referendum costituzionale del 4 dicembre e quello sulla fusione Bpm-Banco Popolare del 15 ottobre hanno una sola cosa in comune: entrambi vengono vissuti come una sorta di giudizio universale sull’azione del governo e come tali vengono caricati di significati e di valenze che nulla hanno a che fare con il merito delle questioni in discussione. Così come l’Italia non diventerà un Paese più instabile o meno propenso alle riforme se dovesse prevalere il no il 4 dicembre, il sistema bancario italiano non andrà in pezzi a causa di un’eventuale bocciatura dell’integrazione Milano-Verona. La necessità di polarizzare sempre più lo scontro, di drammatizzarne gli esiti ben oltre il ragionevole è un sinonimo di grande debolezza. Debolezza di progetti che non convincono e che, anzi, più li si guarda e ci si ragiona e meno piacciono. Così, pur di portare a casa il risultato, si preannuncia l’Apocalisse in caso di sconfitta cercando di fare leva sulle paure di chi è chiamato a votare nel tentativo di convincerlo che mandando giù il boccone amaro si evitano guai peggiori.

A lasciare interdetti, però, è che questa logica e questa modalità di confronto venga trasposta tout court dalla politica alla valutazione di un’operazione finanziaria. L’integrazione tra due banche popolari destinate a trasformarsi in società per azioni ha evidenti riflessi politici, quantomeno guardando agli equilibri futuri nella governance della banca e nel rapporto con i territori, ma ha soprattutto e in primo luogo una fortissima valenza economica e finanziaria. E gli azionisti, ancorché “popolari”, è proprio a questi effetti che dovrebbero in primo luogo guardare per valutare la convenienza o meno dell’operazione. In realtà, l’amministratore delegato della Banca Popolare di Milano, Giuseppe Castagna, pur di distogliere l’attenzione dai problemi di merito e convincere i dipendenti-azionisti a mobilitarsi per votare in massa a favore della fusione, ha promesso mari e monti in tema di welfare e prepensionamenti. Promesse pesanti, che non saranno prive di ricadute sul bilancio della banca.

Ma questo, al solito, si vedrà dopo. Quello che conta è vincere nell’immediato e riscuotere subito il premio, che nel caso di Castagna è alto: dopo la fusione sarà lui il dominus del terzo gruppo bancario italiano. E qui occorre aprire un inciso: la trattativa tra Milano e Verona per giungere all’integrazione non è il frutto di una logica imprenditoriale, se non in senso molto lato. E’ prima di tutto una fusione a freddo che nasce dall’esigenza di puntellare una debolezza (il Banco Popolare con la sua montagna di sofferenze e la sua bassa redditività) attraverso il matrimonio con una realtà più piccola, ma più sana e redditizia (la Bpm). La solita vecchia logica del nascondere la polvere sotto il tappeto. A riprova di quanto detto, vale la pena ricordare che si è arrivati all’accordo tra i vertici delle due banche dopo mesi di trattative estenuanti sulla spartizione di cariche e poltrone senza che fosse stato predisposto un business plan. Cioè del merito dell’operazione nessuno ha discusso, né i consigli d’amministrazione, né le autorità di controllo che l’hanno autorizzata, né il governo che l’ha sponsorizzata.

Un atteggiamento che, ancora una volta, la dice lunga sulla qualità della nostra classe dirigente e che mostra la distanza siderale che ci separa dal resto d’Europa, dove l’annuncio della fusione è stato accolto con qualche perplessità: “Il primo elemento che le banche presentano, prima di qualsiasi altra cosa, è di solito il business plan – ebbe a dire a marzo la presidente del consiglio di Vigilanza sulle banche, Danièle Nouy -. Nel caso delle due banche italiane arriverà un po’ più tardi”. Insomma, si è dato per scontato che l’integrazione tra Bpm e Banco Popolare produrrà valore e che la redditività aumenterà significativamente a partire dal 2019. Ma sarà vero? Il mercato non sembra pensarla così, come dimostra l’andamento dei due titoli dal giorno in cui l’integrazione è stata annunciata: Bpm ha perso quasi il 44% e il Banco Popolare il 56%. E ora che per effetto della mobilitazione straordinaria di sindacati e dirigenza della popolare milanese (sono previste oltre 12mila presenze all’assemblea di sabato 15 ottobre) vi sono buone probabilità che la fusione venga approvata, la Banca popolare di Milano ha chiuso la seduta sotto quota 0,40 euro, in calo del 4,6% e il Banco popolare ha perso addirittura il 5,5% a 2,37 euro.

Nei giorni scorsi, invece, sulle indiscrezioni che accreditavano una possibile vittoria del fronte del “no”, capitanato da diverse associazioni di azionisti tra cui quella dei pensionati Bpm, le azioni delle due banche avevano risalito un po’ la china dai minimi di fine settembre. Sicuramente su questa partita si sono innestati anche movimenti speculativi che hanno amplificato i movimenti dei titoli, ma il giudizio del mercato è comunque netto: quest’integrazione distruggerà valore. Vista dall’ottica dell’azionista Bpm, poi, l’operazione rischia di essere nettamente penalizzante sotto il profilo dei concambi. Ai milanesi verrà data un’azione della nuova capogruppo ogni 6,386 azioni Bpm possedute, per i veronesi invece il rapporto è di uno a uno. Un concambio che, secondo molti, non tiene adeguatamente in conto il valore e la redditività di Bpm che ha chiuso il primo semestre dell’anno con un utile netto di 158 milioni, in leggera crescita rispetto al 2015, contro i 380 milioni di perdita del Banco Popolare che ha dovuto effettuare rettifiche sui crediti per 980 milioni.

I crediti deteriorati rappresentano il capitolo più problematico per l’istituto veronese che si trascina dietro anche l’ingombrante eredità della Popolare di Lodi, ma la redditività in costante calo è una spina nel fianco altrettanto dolorosa. Guardando alla semestrale, balza subito agli occhi il calo del 12,5% del margine d’interesse, il calo dell’11,2% del margine finanziario e la débacle delle commissioni, crollate di oltre il 17% rispetto al primo semestre 2015. Per contro, Bpm ha registrato una sostanziale stabilità del margine d’interesse e delle commissioni nette e una netta crescita del risultato delle attività finanziarie. Chiaro che gli azionisti della Milano storcano il naso e ancora più chiaro che molti fondi azionisti dell’istituto di Piazza Meda non facciano affatto i salti di gioia nel sentir parlare di fusione, ma il loro peso è sostanzialmente nullo in una banca dove è ancora in vigore il voto capitario. Anche i dipendenti, in realtà, non dovrebbero essere molto contenti visto che le sovrapposizioni territoriali che si genereranno in territorio lombardo con l’integrazione Milano-Verona verranno risolte in massima parte a scapito degli sportelli Bpm e dunque degli stessi dipendenti.

Per guadagnare consensi e per sviare l’attenzione dagli aspetti critici dell’operazione Castagna ha così promesso ai sindacati importanti compensazioni sul welfare e sui prepensionamenti e ha iniziato a spararle grosse sui rischi di scalata che correrebbe Bpm in caso di bocciatura della fusione con Verona. I sindacati sono arrivati addirittura a parlare di rischio di “macelleria sociale” e hanno addossato sulle spalle dei soci Bpm la responsabilità della tenuta dell’intero settore bancario: “Da Mps alle good bank è tutto fermo in attesa di sabato (cioè dell’assemblea del 15 ottobre, ndr) – ha detto in conferenza stampa Massimo Masi, segretario generale Uilca -: sarà uno spartiacque tra una soluzione di un certo tipo e altre soluzioni”.

Attorno all’assemblea il clima si fa sempre più teso e le complicate regole dello statuto Bpm contribuiscono ad alimentare la tensione, tanto che non è stato ancora deciso se si voterà per alzata di mano (con la difficoltà poi di registrare l’effettivo numero di voti a favore e contrari tra presenti e deleghe) o con gli ausili elettronici e l’esito abbastanza scontato è che, subito dopo la conta dei voti, la battaglia si sposti in tribunale. Comunque vada a finire, però, un dato è certo: entro la fine dell’anno Bpm si trasformerà in spa mandando definitivamente in soffitta la governance feudale tutt’ora in vigore e con essa le tante, troppe rendite di posizione. E questo è senz’altro un fatto positivo.