Zumpa, zumpa, zumpa: è tornato Emir Kusturica. E con lui c’è pure Monica Bellucci. Emir e Monica. Monica ed Emir. Una bella coppietta, stagionata sì, ma tanto dolce e amorosa nel nuovo film del regista serbo On the milky road, in Concorso a Venezia 73. Perché Kusturica questa volta è anche interprete principale della suo undicesimo film. Solito caos primigenio di guerra. Villaggio lontano, rocce, sassi e pietre, bestiole che volano, starnazzano, guaiscono, e soprattutto pallottole, mitragliate, mortai e granate.

La sinfonia mista di On the milky road è un rumore assordante per almeno 7/8 minuti di introduzione ambientale e dei caratteri. Sfrenata, rocambolesca, ed oramai decisamente personale, la costruzione del set per Kusturica è già 51% dell’intera opera. Non che ci siano grandi trasformazioni in atto. Il caravanserraglio di freak, obesi, strabici e scalcagnati, sovrabbonda come sempre in scena. Il ritmo, tranne davvero rare sequenze, è alzato a mille tra montaggio dell’immagine e del suono, sia d’ambiente che come straripante colonna sonora (firmata dal regista che suona anche in scena). Insomma il solito “Kusturica touch” da metteur en scene ma che, se si escludono i documentari Super 8 stories e Maradona dove appare davanti alla macchina da presa come se stesso, si supera vestendo i panni di Kosta, un antieroico e malinconico lattaio che, a cavallo di un asinello attraversa il fronte di guerra – metafora sì, ma copia carbone dell’eterno conflitto balcanico – schivando pallottole per portare il latte ai soldati di una caserma dell’Erzegovina.

Nella sua fattoria è atteso e amato da Milena (la travolgente Sloboda Micalovic), ma quando arriva “la Sposa” (Bellucci), promessa moglie del fratello di Milena, un alto grado dell’esercito (serbo?) interpretato dal sempiterno Miki Majnolovic con occhio di vetro, ecco che gli sguardi, le anime e i cuori di Kosta e della nuova arrivata cominciano a viaggiare e battere all’unisono. La fine della guerra, l’impossibile pace, e la totale devastazione porteranno i due alla fuga inseguiti da tre cecchini (croati?) che non li molleranno per decine di chilometri fino ad un campo minato con un immenso gregge di pecore in attesa del finale. Dicevamo delle pecore, perché On the milky road è un film sul rapporto uomo/animale come mai Kusturica aveva fatto fino ad ora.

Kosta viaggia su un asino, porta sempre con sé sulla spalla un falco, dà da mangiare con la mano ad un orso (conferma Kusturica che non c’è trucco ottico e che conosce l’animale fin da cucciolo), lotta con un serpente che grazie alle tonalità surreali del realismo magico diventa grande come un boa amazzonico. E poi ci sono i maiali, cani, oche, una farfalla salvatrice, un maggiolino portafortuna. Il grand guignol di pecore finale che citavamo poc’anzi devia persino sulla nota dolente di un agnellino appena nato da tenere lontano da spari e sangue. Insomma, il Kusturica di On the milky road, oltre a piegare senso e fine del racconto sulla storia d’amore tra Kosta e “la sposa”, si addolcisce sul versante animalesco come fosse direttore di un circo, facendo diventare quest’opera la sua più intima, dopo una carriera quarantennale da autore anarchico ed irregolare.

“Gli animali donano una particolare istintività al mio lavoro. Un film che mi piace pensare simile ad una fiaba moderna. Sebbene abbia capito che il cinema è una combinazione di più arti questa volta mi sono concentrato sulla semplicità del film”, ha spiegato Kusturica, t-shirt e scarpe da tennis. “È stato un processo lungo e nel girare la pellicola ho adottato un approccio in linea con la mia filosofia, con la mia relazione nei confronti della natura e dei sentimenti che le persone provano realmente per la vita. Si tratta di una storia semplicissima, la cui realizzazione è stata molto fisica e più difficile di quanto effettivamente sembri. Abbiamo girato molto a lungo, principalmente in esterni, lottando con l’ambiente, alla ricerca dei paesaggi che catturassero il profondo spazio interiore dei personaggi principali: un uomo e una donna che si innamorano e sono pronti a sacrificarsi con la natura”.

Monica Bellucci, osservata speciale sia per un abito nero con pizzo da rimanere accecati dopo la copertina su Paris Match, che da Sam Mendes, presidente di giuria pronto ad assegnare il Leone d’Oro 2016, e suo ultimo regista per 007-Spectre, loda senza freni il nuovo compagno di set Emir: “È un artista eclettico, uno scrittore e un musicista, perfino un uomo d’affari. Non ci ho pensato due volte ad accettare questo ruolo di donna dolce, completo, materno. Una coppia, la nostra in scena, che dimostra come amore, sessualità e sensualità non siano un fatto di età ma solo ed esclusivamente di energia”. Infine a chi le ricorda che nel film uno dei protagonisti sostiene che la “bellezza genera infelicità”, la bella 51enne umbra risponde: “La bellezza è un’arma a doppio taglio, genera allo stesso tempo curiosità e violenza. Bisogna saperla gestire perbene. Per me è più un regalo che una maledizione. Tanto basta aspettare un pochino e poi passa”.