Questo modo irrituale, come è stato definito, di anticipare i dati “crea incertezza. Dà l’impressione che la situazione economica non sia chiara”. L’ex presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, non ha dubbi sull’ultima uscita del Tesoro, quella di anticipare l’andamento del Pil del secondo trimestre a due giorni dai dati ufficiali, che non ha certo contribuito ad allentare la tensione tra l’esecutivo e l’istituto nazionale di statistica, alimentando anzi un fiume di polemiche più o meno velate anche dalle aree più moderate. “E’ inusuale, nel senso che normalmente non è mai accaduto, anche se in parte è accaduto l’anno scorso, che il governo a poche ore dalla della stima definitiva dell’istituto di statistica esprimesse la sua valutazione – commenta l’ex ministro a ilfattoquotidiano.it a margine del Forum The European House – Ambrosetti a Villa d’este, Cernobbio – . Abbiamo visto però che nei fatti l’Istat ha confermato la crescita zero, quindi da un punto di vista pratico questo tipo di irritualità non ha nessuna differenza e, conoscendo bene i miei ex colleghi dell’istituto, so bene che è così, però è evidente che questo non aiuta l’interpretazione della situazione economica”.

Perché non aiuta?
Perché crea incertezza negli investitori, parlo della Borsa, che magari decidono di aspettare qualche giorno prima di investire, ma soprattutto dà l’impressione che la situazione economica non sia chiara. D’altra parte un +0,1% invece che uno zero non avrebbe fatto la differenza.

Le sembra eccessivo parlare di pressioni indebite del governo sull’Istat?
L’Istat ha le spalle sufficientemente forti, lo dico per esperienza, per essere immune a questo tipo di pressioni. Anche perché forse quello che non si sa è che a contribuire alla produzione dei dati sono decine e decine di persone che la pensano politicamente in modo molto diverso tra loro. Se qualcuno provasse a manipolare i dati, è chiaro che la cosa non rimarrebbe segreta. Quindi da un punto di vista tecnico non vedo veramente questo tipo di rischi. Ma certe uscite possono creare confusione, quindi non avere effetto sui dati ma sul clima complessivo: non bisogna dimenticare che c’è un crescente problema di fiducia nelle statistiche, proprio perché c’è una proliferazione enorme di dati e molte persone non sanno distinguere tra le statistiche ufficiali e un sondaggio.

Parlando di zero virgola, come possiamo spiegarci che il governo abbia sentito l’esigenza di fare un passo avanti senza aspettare?
Lo deve chiedere a loro. Quello che è evidente è che quest’anno la crescita sarà inferiore a quella attesa, quella stimata. Non è la prima volta e non sarà l’ultima, perché le previsioni come dice qualcuno sono fatte per essere smentite. Ma è evidente che i dati usciti la settimana scorsa sul clima di fiducia, sull’occupazione e così via, mostrano che anche nel mese di agosto, quindi la prospettiva è quella del terzo trimestre, l’economia non sia in tumultuosa crescita. Questo è un problema non solo per la finanza pubblica di quest’anno, ma anche, come dicono i tecnici, per come si entra nel 2017. Un’entrata lenta non aiuta la crescita dell’anno e quindi i parametri di finanza pubblica possono risentire anche dell’anno precedente, è il cosiddetto trascinamento.

Quindi è meglio cominciare peggio e finire meglio che il contrario?
Si, è difficile perché la crescita la devi fare tutta nel corso dell’anno, invece se hai un trascinamento positivo come è stato per quest’anno è più facile conseguire dei risultati. Comunque sia, è chiaro che l’Italia cresce in modo insoddisfacente rispetto alle necessità di riassorbimento della disoccupazione e anche di investimenti sia privati che pubblici, questa è la voce che manca a una ripresa che è contenuta allo zero virgola.

Come si spiega che a fronte del dato odierno il capo del governo e il ministro del Tesoro parlino di crescita?
La crescita c’è, è intorno allo 0,7-0,8, l’Istat ha rivisto leggermente il dato tendenziale, ma è un gioco di decimali come loro hanno chiaramente spiegato. Ma la domanda è: è una crescita sufficiente? Mi sembra che sia Padoan che Renzi abbiano detto che non basta per assorbire una disoccupazione ancora molto elevata, per dare futuro soprattutto ai giovani e per fare quelle politiche espansive che secondo i parametri europei  si commisurano con il Pil. Insomma bisogna fare molto di più, ma lo devono fare in primo luogo le imprese e la politica naturalmente: la preoccupazione per il futuro frena le decisioni di consumo e di investimento e questo è uno dei problemi strutturali della nostra economia.

Ma l’Istat tiene il passo o ha necessità di svecchiare il suo modo di fare statistica, come dice qualcuno?
C’è una continua evoluzione nel modo di fare statistica e l’istituto italiano è considerato uno dei più avanzati. Non solo sotto la mia presidenza ma anche dopo è stato riconosciuto, per esempio, da una rassegna fatta da tutti gli altri istituti, che l’Istat è all’avanguardia in alcuni campi. Quanto al modo di con cui si stima il Pil (il riferimento è alle critiche di Palazzo Chigi ipotizzate da Repubblica in edicola il 2 settembre, ndr) … io suggerisco a tutti di leggersi bene le note metodologiche perché oggi si fanno le statistiche in modo molto diverso rispetto a qualche anno fa. D’altro canto è vero che gli istituti evolvono continuamente, si fanno delle revisioni. Se ogni volta che c’è una revisione qualcuno grida all’errore è chiaro che questo può determinare un conservatorismo tra gli statistici che non farebbe bene. Quindi equilibrio, capacità di discernere tra previsioni e dati effettivi e soprattutto investimenti anche nella statistica pubblica, per far sì che gli istituti di statistica siano sempre al passo.

Ci aiuta a capire per quanto tempo un Paese come l’Italia si può permettere una crescita dello zero virgola?
Sul piano congiunturale l’Italia ha retto male alle crisi degli ultimi anni: il Pil è caduto più che negli altri Paesi  e le piccole riprese che ci sono state non hanno ancora riportato il Pil ai livelli ante crisi, cosa che è successa per la Germania e la Francia. Perché non si è scatenata una rivoluzione sociale? Perché le generazioni precedenti hanno accumulato uno stock di ricchezza molto ampio che ha creato un cuscinetto. Non a caso il tasso di risparmio è diminuito, anche se siamo ancora più in alto rispetto ad altri Paesi. Avendo una disoccupazione così alta e prolungata, questo determina perdita di capitale umano che riduce la crescita potenziale ovvero il futuro di crescita. D’altro canto Padoan oggi ha richiamato l’ipotesi di alcuni economisti della stagnazione secolare, che vuol dire una crescita contenuta, magari dell’1 virgola qualche cosa, per fattori strutturali molto complessi che non hanno nulla a che vedere con la congiuntura o con questo o quel governo. E’ uno scenario importante da considerare, ma sappiamo anche che sarebbe possibile fare un salto notevole come alcuni Paesi hanno fatto investendo in nuove tecnologie per esempio per una crescita verde improntata alla sostenibilità ambientale. Questo vorrebbe dire una profonda ristrutturazione dei nostri edifici, delle nostre città, un passaggio a tecnologie che in parte l’Italia produce, verso appunto la crescita verde e la creazione di molti nuovi posti di lavoro. Su questo serve un’indicazione chiara, l’Italia ha sottoscritto gli obiettvi di sviluppo sostenibile l’anno scorso a New York e spero che il governo si dia una strategia come hanno già fatto Germania e Francia, perché questo diventi il motore non solo di una trasformazione economica, ma anche sociale e ambientale di cui abbiamo bisogno.