Martedì scorso il parlamento egiziano ha approvato, con il voto a favore di due terzi dei 596 parlamentari, una nuova legge che regola la costruzione delle chiese. Un provvedimento che negli ultimi mesi aveva acceso delle speranze tra la minoranza copta del Paese, che costituisce circa il 10% dei 90 milioni di cittadini che vivono attualmente in Egitto. Il testo pone dei limiti in base al numero di fedeli presenti nell’area della chiesa e delega ai governatorati la gestione delle richieste di costruzione. Inoltre un allegato alla legge specifica che il governatore deve dare l’approvazione tenendo conto “delle sicurezza e dell’ordine pubblico“.

I concetti di sicurezza e di ordine pubblico nella dittatura del presidente Al Sisi sono stati spesso ambigui e in molti casi hanno giustificato la dura repressione che negli ultimi anni ha portato a migliaia di arresti e di morti durante le manifestazioni. Prima di andare al voto, il testo ha avuto l’approvazione da parte della chiesa copta guidata dal patriarca Tawadros III che nel 2013 appoggiò Sisi nel colpo di stato contro Mohammed Morsi, il presidente eletto del partito dei Fratelli Musulmani.

Tewfik Aclimandos, ricercatore associato alla Cattedra di Storia contemporanea del mondo arabo al Collège de France ha scritto sulla rivista scientifica Oasis che il testo è anche un modo per ripagare la chiesa copta del sostegno dato al regime militare. Ma il contenuto della legge per molti attivisti è nei fatti un provvedimento restrittivo negoziato tra lo stato e la chiesa escludendo la società civile.

“L’opinione pubblica non ha avuto nessun ruolo nella scrittura di questo testo”, dice a IlFattoQuotidiano.it Georges Fahmi, ricercatore del Carnegie Middle East Center. “Anche la discussione in Parlamento è stata limitata (i deputati copti che avevano criticato la legge hanno votato a favore dopo l’accordo raggiunto con papa Tawadros, ndr). Tutto ciò indica che lo Stato continua a trattare i copti come una minoranza e non alla pari degli altri cittadini egiziani”.

Il testo è il primo nella storia dell’Egitto dalla sua indipendenza a regolare la costruzione delle chiese e supera definitivamente il khatt humayuni, il rescritto imperiale dell’impero ottomano in vigore dal 1856, un editto che era stato integrato solo da un documento del Ministero degli Interni egiziano nel 1934: da allora i permessi per costruire i nuovi luoghi di culto cristiani arrivavano dopo iter farraginosi direttamente per decreto presidenziale.

“Il Parlamento ha fatto un passo avanti approvando queste nuove norme, anche perché c’è la possibilità di regolamentare tutte le chiese che al momento non hanno un riconoscimento ufficiale – spiega a IlFattoQuotidiano.it Nader Shoukry attivista per i diritti dei cristiani in Egitto – dall’altro lato gli scontri che si sono riacutizzati nel maggio scorso e le proteste che spesso avvengono da parte dei musulmani più radicali contro la costruzione di nuove chiese potrebbero portare il governatorato a negare il rilascio di nuove licenze”.

La condizione dei copti in Egitto è sempre stata legata a doppio filo alle vicende politiche del Paese. Nel 2012 durante l’anno di governo del presidente dei Fratelli Musulmani Mohammed Morsi diversi cristiani decisero di lasciare il Paese con il timore di subire gravi discriminazioni. Con il colpo di stato la chiesa copta è tornata ad avere un legame di supporto con la presidenza, così come accadeva negli anni del regime di Mubarak, ma le comunità cristiane – dopo una relativa quiete nei primi due anni della presidenza Sisi – sono tornate a essere coinvolte in diversi scontri settari. Gli ultimi nella provincia di Minya lo scorso maggio. Gli incidenti sono spesso causati nelle zone rurali da rivalità tra fazioni o faide tra famiglie e ciclicamente hanno riportato all’attenzione dell’opinione pubblica la questione dei cristiani in Egitto.

Secondo la maggior parte degli analisti la nuova legge non porterà a nessuna diminuzione di questi conflitti nonostante l’ossessione della sicurezza del governo egiziano. “Il controllo sulle chiese di questo tipo è un controllo sul diritto di culto – conclude Fahmy – se i cristiani non verranno trattati come cittadini e non come una questione di ordine pubblico sarà difficile ottenere il miglioramento della condizione della minoranza cristiana”.