di Tito Borsa

Fermi tutti. Charlie Hebdo, la rivista satirica francese conosciuta dai più solo dopo l’attentato del 7 gennaio 2015, ci ha fatto capire che i morti italiani sono più importanti e meritano più rispetto dei morti francesi. Ci stiamo riferendo in particolare a due vignette: la prima, riguardante l’attentato di Nizza del 14 luglio scorso, raffigurante un fuoco d’artificio che sparge sangue sui presenti e la seconda, pubblicata dopo il terremoto che ha sconvolto il centro Italia pochi giorni fa, intitolata Terremoto all’italiana e raffigurante due superstiti del sisma e delle macerie che seppelliscono dei corpi con le beffarde didascalie Penne al pomodoro, Pasta gratinata e Lasagne.

Le vittime del terremoto contano di più di quelle della strage? Evidentemente sì, perché chi scrive non ricorda di aver visto a metà luglio sui social network (e sulle edizioni online di alcuni quotidiani) la disapprovazione che ora sta invadendo Facebook e Twitter dopo questa vignetta. Se un anno e mezzo fa eravamo tutti Charlie, ora quelli che capiscono e appoggiano il giornale satirico si contano sulle dita di una mano. Ma, nei fatti, nulla è cambiato: Charlie Hebdo continua a fare satira e così facendo continua a bastonare chi ritiene meritevole di tali bastonate. Se la libertà di espressione in uno stato liberale non deve avere alcun limite se non l’incitazione alla violenza, la satira è (e deve essere) ancora più libera, perché nasce per essere a volte divertente, ma molto più spesso cattiva, grottesca, violenta in senso lato.

Questo discorso deve essere applicato sempre e prescinde dal giudizio sulla vignetta nella mente di chi scrive: il nostro giudizio (in quanto “nostro”) non può essere il metro di giudizio per misurare la libertà degli altri. Abbiamo difeso Charlie Hebdo quando aveva messo alla berlina la Trinità (raffigurando Padre, Figlio e Spirito Santo in un ménage à trois) e il Profeta, non ci siamo neppure accorti di quando la rivista si è occupata della strage di Nizza e ora pretendiamo di avere il diritto di indignarci solo perché i morti raffigurati sono i nostri? Questo ragionamento non sta in piedi e non può stare in piedi: solo un pensiero succube di un egocentrismo (inclinazione a misurare il mondo secondo il proprio metro di giudizio) dilaniante può partorire idee come queste.

Charlie Hebdo aveva, ha e continuerà ad avere il diritto di pubblicare quello che ritiene opportuno, prendendo di mira chi ritiene di dover prendere di mira, e noi continueremo ad avere l’altrettanto sacrosanto diritto di non comprarlo. È il mercato a stabilire le regole di condotta di una qualunque azienda, anche di un quotidiano. Può piacere o non piacere ma è innegabile che sia così: se il settimanale francese riesce a sopravvivere, significa che qualcuno lo legge e che quindi è interessato a ciò che Charlie Hebdo pubblica. Volete dirmi che il nostro diritto di vivere nel politicamente corretto vale di più del diritto di un lettore di Charlie di leggere ciò che gli interessa?

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