“I terremoti esistono da quando esiste la terra. I paesaggi, le montagne, l’acqua dolce, tutto è dovuto ai terremoti. Neanche l’uomo esisterebbe senza i terremoti, il terremoto non uccide. Uccidono le opere dell’uomo”. Le parole del vescovo di Rieti durante i funerali di Amatrice richiamano una verità semplice, quasi sempre trascurata nell’ormai ricorrente rituale di strazio, cordoglio e solidarietà che in Italia fa da strascico agli eventi sismici. Gli esseri umani muoiono sepolti dalle macerie degli edifici in cui vivono, studiano e lavorano a seguito di un sommovimento del suolo – negli Appennini ciò è avvenuto 148 volte dal 1315 ad oggi con violenza pari o superiore a quella della notte del 23 agosto. Una volta ogni quattro-cinque anni, in territori riconosciuti e circoscritti da mappe sismiche che quantificano il rischio potenziale che una faglia attiva vi scarichi la sua energia distruttiva. Eppure qualcuno parla ancora di fatalità. Oppure alza le braccia di fronte all’imprevedibile e incontrollabile forza devastatrice della natura: “La chiesa ha avuto recenti ristrutturazioni ma non sono valse a nulla perché una struttura così alta realizzata in muratura non ha potuto reggere a una tale scossa” – così il sindaco di Accumoli giustifica il crollo del campanile che ha sterminato un’intera famiglia, per concludere: “Il guaio è che in Italia bisogna per forza trovare il colpevole. E qui ci si dimentica, invece, che la scossa è stata tremenda”.

A cosa imputare allora la rovina di edifici progettati, costruiti, ristrutturati dagli uomini? Una volta tanto la ricerca scientifica può aiutarci a trovare risposte, e persino a riconoscere responsabilità – sebbene non a identificare i colpevoli – per quello forse occorrerà la magistratura. In occasione di un terremoto due fattori contribuiscono a determinare il tasso di mortalità, a parità di altre condizioni materiali rilevanti (intensità e profondità della scossa tellurica, densità di abitanti rispetto al territorio, etc.). Il primo è costituito dal livello di ricchezza pro-capite della popolazione. Nulla di sorprendente: i fortunati abitanti di un paese dal benessere diffuso potranno permettersi costruzioni migliori a livello progettuale e nella qualità dei materiali impiegati, che per questo non collassano sotto l’onda d’urto sismica. Non solo: la ricchezza di un paese si associa all’esistenza di istituzioni e organismi pubblici che assicurano il rispetto di criteri ragionevoli di urbanizzazione e di regole di edificazione – tra cui quelle antisismiche. E’ grazie all’applicazione di tali norme che viene scongiurato il rischio di ecatombi come quella prodotta dal terremoto del 2010 nella poverissima Haiti, con le sue oltre 220.000 vittime. Sismi di analoga magnitudo in Giappone o negli Stati Uniti hanno presentato un bilancio in vite umane infinitamente più basso. Un terremoto più forte di quello haitiano causò soltanto due feriti gravi in Nuova Zelanda nel medesimo anno.

Vi sono eccezioni, tuttavia. Realtà nelle quali nonostante gli elevati livelli di reddito pro-capite a seguito di eventi sismici gli edifici pubblici e privati si sgretolano, collassano, si polverizzano con frequenza abnorme e apparentemente inspiegabile, seppellendo chi ha la sfortuna di abitarli. L’Italia è uno di questi. E’ uno di quei paesi – come Turchia, Grecia e Russia – dove la mortalità a seguito dei terremoti discende soprattutto da un secondo fattore che, proprio come le faglie tettoniche, agisce per vie sotterranee: gli alti livelli di corruzione. D’analisi di tutti gli eventi sismici degli ultimi 30 anni emerge infatti che l’83 per cento dei morti a seguito del crollo di edifici ha avuto la sfortuna di essere residente in Stati “corrotti in modo anomalo” rispetto al proprio livello di ricchezza. Tra i paesi dell’Unione Europea nel 2015 l’Italia soffre del più alto “spread etico” tra ricchezza e corruzione: dodicesima per reddito pro-capite, ma solo ventisettesima – penultima – quanto a grado di corruzione percepita.

Purtroppo il benessere non incrementa la sicurezza degli edifici se scarseggiano integrità e rigore dei funzionari pubblici cui sono delegati poteri di autorizzazione e controllo sulla loro realizzazione. Una pratica pervasiva della corruzione finisce infatti per “corrodere” dall’interno l’integrità delle costruzioni: incoraggia violazioni e abusi edilizi; autorizza l’impiego di materiali scadenti; consente di piegare all’istanza del massimo profitto dei costruttori – a volte redistribuito a funzionari e politici sotto forma di tangente– norme e regolamenti posti a tutela di qualità, sicurezza e stabilità delle realizzazioni; indirizza in via privilegiata i capitali pubblici verso le grandi opere infrastrutturali – ad alta “rendita garantita” per corrotti e corruttori – a detrimento di quella tessitura capillare di micro-interventi su tutto il territorio nazionale che sarebbe invece necessaria per salvaguardare e mettere in sicurezza il patrimonio edilizio pubblico e privato.

La povertà e la corruzione uccidono, non i terremoti. Dalle macerie dei paesi sfregiati dall’ultimo sisma si viene delineando, come già in passato, uno scenario politico-amministrativo di piccoli e grandi abusi di potere, connivenze, inadempienze, nepotismi, negligenze. Un viluppo di interessi opachi nel quale a farla da padrone sembrano i piccoli circuiti politico-affaristici locali, capaci di drenare persino le risorse pubbliche destinate alla messa in sicurezza antisismica, vanificandone l’impiego. E’ ancora una volta l’Italia peggiore che affiora non appena si posa la polvere dei crolli, la stessa che uccise i 27 bambini e la maestra elementare nella scuola di San Giuliano di Puglia nel 2002. Calcoli sbagliati, nessun collaudo, norme ignorate, allora come oggi. Nelle parole del pubblico ministero di quel processo, è l’Italia “delle violazioni, del sistematico calpestamento delle leggi e delle normative”. Dove nessuna lezione viene appresa. O meglio: dove i protagonisti della corruzione sembrano imparare bene l’arte della dissimulazione, tanto che sempre più spesso non è più necessario far circolare tangenti, purché sia comunque garantita una reciprocità allargata e differita di favori nel corso del tempo.

Adesso che nuove strutture commissariali si apprestano a imbandire un sontuoso tavolo di interventi emergenziali per la messa in sicurezza e la ricostruzione lasciamo che a parlare siano i ricercatori: “La nostra analisi suggerisce che i fondi internazionali e nazionali destinati all’adeguamento sismico in paesi con alti livelli di corruzione sono particolarmente a rischio di essere sprecati. L’integrità strutturale di un edificio non è più forte dell’integrità sociale del costruttore, e ciascuno Stato ha la responsabilità di assicurare ai suoi cittadini controlli adeguati”.