E’ un popolo nel popolo che spesso si nasconde dietro a un alias virtuale e quando appoggia le mani sulla tastiera, odia. Invoca Hitler se si parla di ebrei, biasima le donne quando vengono aggredite o uccise, grida ai “froci” se si discute di diritti lgbt, e pubblica tweet di fuoco contro gli immigrati. Gli esperti li chiamano internet haters, quelli che odiano su internet, uomini e donne, cioè, che col favore dell’anonimato utilizzano sul web un linguaggio violento. Ma attenzione a tentare di rinchiuderli in una categoria: “Dietro al nickname ci sono persone di qualsiasi tipo”, spiega Stefano Chirico, vice questore aggiunto della Polizia di Stato e membro dell’Oscad, l’Osservatorio interforze contro gli atti discriminatori. “E’ come se la rete – spiega Silvia Brena, fondatrice di Vox, l’Osservatorio sui diritti – fosse un gigantesco lavatoio dove dare sfogo alle pulsioni più negative, che altrove verrebbero censurate: l’interlocutore non è presente, non è un individuo in carne e ossa, e quindi non ci si cura dei suoi sentimenti”.

Gli internet haters, in tutto il mondo, sono milioni, e non c’è distinzione tra uomini e donne, giovani e meno giovani. Per classificarli, piuttosto, si potrebbe utilizzare l’appartenenza o meno a un gruppo o partito politico. Secondo lo studio intitolato Discorsi d’odio e social media, condotto da Arci e Cittalia nell’ambito del progetto internazionale Prism, contro il linguaggio dell’odio online, infatti, negli ultimi anni, da quando cioè i social network sono diventati la piattaforma numero uno per la propaganda politica, sono cresciuti esponenzialmente gli episodi di intolleranza, razzismo e xenofobia in rete. “Usare parole di odio sul web è remunerativo, sia in termini di consenso elettorale, sia per la carriera politica di singole persone”. Così, “figure istituzionali e politiche si fanno frequentemente autrici, per lo più impunite, di messaggi razzisti e xenofobi, appellandosi alla libertà di espressione”.

“Usare parole di odio sul web è remunerativo, sia in termini di consenso elettorale, sia per la carriera politica di singole persone”

Ma, sulla base delle segnalazioni inoltrate all’Oscad, non sono i gruppi politici i principali haters online. “Su 350 episodi denunciati relativi alla violenza verbale in rete – fa i conti Chirico – la maggioranza ha come autori semplici cittadini”. Utenti comuni, cioè, “che tramite il linguaggio dell’odio sfogano la loro paura nei confronti del diverso”.

Per tentare di dare una dimensione al fenomeno, Vox, assieme alle università di Milano, Bari, e La Sapienza di Roma, ha analizzato, tra agosto 2015 e febbraio 2016, oltre 2,6 milioni di tweet riferiti alle 6 categorie più bersagliate dai messaggi offensivi, cioè le donne, gli omosessuali, gli ebrei, gli immigrati e i diversamente abili, considerando 76 termini ‘sensibili’ (come ‘troia’, ‘zoccola’, ‘frocio’, ‘rabbino’, ‘demente’ o ‘ritardato’). Da quel lavoro di ricerca sono nate le prime mappe italiane dell’intolleranza, che descrivono geograficamente il linguaggio dell’odio lungo tutta la penisola. “Un’istantanea, perché Twitter garantisce l’anonimato – spiega Brena – ma la ricerca dimostra che c’è un fenomeno su cui bisogna intervenire subito”.

Principale bersaglio dell’odio via web sono le donne, seguite da gay, migranti, diversamente abili ed ebrei

Secondo le mappe, principale bersaglio dell’odio via web sono le donne, vittime del 63% dei tweet negativi analizzati, seguite dagli omosessuali, 10,8%, dai migranti, 10%, e poi da diversamente abili (6,4%) ed ebrei (2,2%). Misoginia e omofobia al primo posto, quindi, “perché quando sono in gioco il genere e la sessualità l’odio può diventare la proiezione deformata ed eccitata di propri desideri e paure”, spiega Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, professore ordinario alla Sapienza di Roma e autore di Citizen gay. Affetti e diritti (il Saggiatore). “Un modo, tra l’altro, di ‘rimettere le cose al proprio posto’ quando si è spaventati da mutamenti e trasformazioni sociali e psicologiche che mettono in crisi le antiche certezze binarie maschio/femmina, attivo/passivo, forte/debole, autonomo/dipendente”.

A scatenare la violenza verbale, invece, racconta Sara Cerretelli del Cospe, associazione per la tutela dei diritti che a marzo ha pubblicato L’odio non è un’opinione, può essere potenzialmente qualsiasi cosa: dagli avvenimenti di rilievo nazionale, come l’approvazione della legge Cirinnà o il Papa che dichiara ebrei e cristiani “un’unica famiglia”, fino a notizie di cronaca apparentemente neutre, che però diventano il pretesto per offendere e insultare.

“I social network spesso funzionano come luoghi di evacuazione delle proprie scorie psichiche”

“L’odio è sempre figlio di un disturbo o un disagio – racconta Lingiardi – e i social network spesso funzionano come luoghi di evacuazione delle proprie scorie psichiche. Il tweet o la sparata su Facebook che credono di essere furbi o divertenti, mentre sono solo forme di distruttività e vigliaccheria virtuale, sono come difese psichiche primitive che si esprimono attaccando aspetti fondamentali dell’umanità altrui. E’ una forma di bullismo senza esposizione fisica. Fare i prepotenti con qualcuno percepito come debole e diverso, e così sentirsi e farsi percepire dal branco come i più forti”.

Intervenire in casi di odio verbale online, però, non è semplice. “Stati diversi hanno norme diverse, quindi ciò che è reato cambia – racconta Marilisa D’Amico, docente di Diritto costituzionale all’Università di Milano e co-fondatrice di Vox – tuttavia, viste le dimensioni del fenomeno, non credo che la soluzione sia nelle normative: cioè che serve è un cambiamento culturale. A partire dall’educazione all’uso di internet nelle scuole”.