Messaggi di odio che corrono in rete e fanno da cassa di risonanza al dibattito pubblico, sempre più carico di contenuti xenofobi e razzisti. Su social, blog e siti internet (come nella vita reale) si attaccano le minoranze, mentre i politici si fanno la guerra. A volte carnefici, a volte vittime. Come nel caso dell’ex ministro Kyenge definita ‘scimmia congolese’ sui siti dai contenuti razzisti, insultata (fuori e dentro la rete) da diversi politici. Che spesso correggono il tiro, ma quasi mai pagano. In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale Arci, insieme a Cittalia, avvia la campagna del progetto Prism (Prevenire, modificare e inibire i discorsi d’odio sui nuovi media) che coinvolge diversi Paesi europei. Il fenomeno è stato analizzato in una ricerca contenuta nel volume ‘Discorsi d’odio e social media’: al vaglio l’uso del linguaggio offensivo nei nuovi media da parte di gruppi xenofobi e di estrema destra e i possibili strumenti per contrastarlo. In primis quelli legislativi che, in Italia, restano ancora insufficienti.

Dal caso Kyenge a quello Boldrini – Il rapporto della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza del 2012 evidenzia che in Italia i contenuti xenofobi sempre più presenti nel dibattito politico trovano terreno fertile nella crisi economica e nella gestione dell’immigrazione. Eppure “il discorso razzista – rivela la ricerca – travalica l’ambito della destra radicale, coinvolgendo intellettuali e massimi esponenti delle istituzioni”. Che si fanno frequentemente autori, per lo più impuniti, di messaggi di intolleranza sempre più spesso via social network. Come nel caso dell’ex ministra per l’integrazione Cécile Kyenge, vittima degli attacchi sessisti e razzisti di esponenti di Forza Nuova e Lega Nord, in primis il senatore leghista Roberto Calderoli, poi ‘assolto’ dalla giunta per le immunità del Senato, anche grazie ai voti dei parlamentari del Pd, lo stesso partito della Kyenge. Solo sessisti, invece, gli insulti alla presidente della Camera, Laura Boldrini, pubblicati come commenti (poi cancellati dallo staff M5s) a un post su Facebook di Beppe Grillo, che chiedeva provocatoriamente agli utenti “Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?”. “La rete è una grande opportunità, uno spazio bellissimo, non può essere usata in questo modo violento” disse la presidente di Montecitorio.

In un anno 700 episodi di razzismo sui social – Secondo i dati dell’Ocse, nel 2013 le forze dell’ordine hanno registrato 472 casi di crimini d’odio: il 48% discriminazioni religiose, il 41% razzismo e xenofobia, l’11% insulti contro persone Lgbt. Stando ai dati dell’Ufficio anti-discriminazioni razziali, nel 2013 per la prima volta i casi online hanno superato quelli registrati nella vita pubblica: 354 episodi nei media, la maggior parte sui social. Un fenomeno in crescita: nel 2014 l’Unar ha registrato 347 espressioni razziste sui social network, di cui 185 (oltre il 50%) su Facebook. A cui vanno aggiunte altre 326 nei link che le rilanciano, per un totale di quasi 700 episodi di intolleranza. L’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori del Viminale, dal 2011 al 2014 ha ricevuto 150 segnalazioni su siti e profili internet con contenuti discriminatori e di incitamento all’odio (il 23% delle segnalazioni totali).

Il ruolo dei partiti – Lo studio ha analizzato l’utilizzo della rete da parte di partiti e associazioni. Sotto osservazione Lega Nord, Casapound (oggi alleato della Lega), Forza Nuova, il sito di controinformazione Resistenza nazionale, losai.eu e Radio Spada. È il Carroccio, più di tutti, ad aver fatto propria la spinta ideologica populista e xenofoba diffusasi in Europa: “Da partito secessionista del Nord Italia ha attuato una svolta nazionalista, attirando anche elettori di CasaPound e Forza Nuova”. Ogni gruppo costruisce la propria retorica su determinate questioni: “L’attenzione ai temi sociali degli ‘italiani’ nel caso di CasaPound e Forza Nuova; l’insistenza xenofoba su migranti e rom per Lega Nord e Resistenza Nazionale (quest’ultima in chiave più criminalizzante); il proselitismo religioso per il network cattolico”. Eppure l’incitamento all’odio si diffonde più attraverso parole chiave della retorica populista (popolo, italiani, immigrati), che su quelle radicali (si arriva al massimo all’hashtag #stopinvasione), probabilmente per evitare sanzioni penali.

La normativa – In Italia c’è poca consapevolezza del fenomeno. Nei giorni successivi al naufragio del 19 aprile 2015 nel Canale di Sicilia (in cui hanno perso la vita quasi mille migranti), sono stati pubblicati commenti razzisti per nulla anonimi. Spesso, infatti, chi scrive non percepisce come illeciti i contenuti che pubblica e, quindi, non nasconde la propria identità. Sotto il profilo legislativo la legge Mancino (pur prevedendo pene più severe rispetto alla legge 85 del 2006) è antecedente alla diffusione dell’uso di internet e prevede solo quattro reati punibili (quelli discriminatori basati sull’etnia, la nazionalità, la religione e le minoranze linguistiche). Il risultato? Non tutta la propaganda razzista è sanzionabile penalmente.