Il deficit spending necessario per rilanciare l’Eurozona ha un ‘problema di lungo termine’. In sintesi: se il settore pubblico decide di compensare la caduta della domanda privata con domanda pubblica, fino a quando deve continuare a farlo? A un certo punto dovrà ridurre il deficit, sottraendo la domanda precedentemente immessa: non ci sarà una nuova recessione? Non si tornerà alla depressione di partenza (con un maggiore debito pubblico)? Rebus sic stantibus, l’aritmetica dice proprio questo (v. 2a parte del post precedente). Come mai allora le politiche keynesiane funzionano ovunque? Ad esempio in Usa – quando lo stimolo (deficit 2009-10 al 12%) è stato ritirato (deficit 2015 al 2,8% del Pil) -, la ‘recessione di ritorno’ non si è manifestata. Come mai?

Le crisi di domanda nascono ‘sempre’ (salvo quando non è così…) da uno spavento di natura economico-finanziaria: non dal terrorismo o simili  (difatti 9/11 non causò recessioni). E generano a volte un circolo vizioso di paura-depressione che si autoalimenta: ‘(1) non spendiamo <- (2) perché abbiamo paura del futuro <-(3) perché c’è la depressione, che perdura… <-(4) perché non spendiamo’. In una depressione del genere, lo scopo di lungo termine delle politiche keynesiane non è sopperire in eterno con la spesa pubblica alla caduta della domanda privata; ma è cambiare le aspettative del settore privato (2), intervenendo a monte (3) interrompendo per un paio di anni la depressione.

Ora sulle aspettative si sente dire di tutto, a cominciare dai politici che credono di manipolarle spandendo ottimismo o controllando la tv. Ma le aspettative economiche sono al cuore della teoria macroeconomica, e sono state studiate in maniera incredibilmente approfondita dagli economisti (specie in America Latina, dove la domanda aggregata è assai ballerina). C’è una relazione macroeconomica forte fra: (3) crescita del reddito degli anni passati recenti; e -> (2) reddito atteso in futuro. Se dunque con la spesa pubblica si ripristina la crescita, non vale più il rebus sic stantibus: le famiglie si tranquillizzano e ritornano a spendere. La domanda privata di beni e servizi si sostituisce allora a quella pubblica, che gradualmente si ritira senza pregiudizio per l’economia. E il fenomeno è molto rapido: come ha mostrato l’America di Obama.

Ma è sempre così? Quanto è salda, in realtà, la relazione fra: (3) andamento del reddito negli anni recenti; e -> (2) reddito atteso futuro? La stabilità di questa relazione, empiricamente assai elevata, si fonda però su alcune ipotesi implicite. Quali? Per capirle possiamo rifarci alla crisi finanziaria del 2011-12: difatti le aspettative sui mercati finanziari funzionano come sui mercati reali; salvo che i primi reagiscono in tempo reale, e i secondi nel giro di mesi: perciò la reazione dei primi è più chiara.

Nel 2011 la Bce (con la famosa lettera di Trichet e Draghi a Berlusconi) dichiarò che non era disponibile a sostenere (intervento pubblico) a lungo i titoli del debito italiano, sotto attacco speculativo a causa di una depressione della domanda privata… di quei titoli, causata… dalla paura. Quelle dichiarazioni danneggiarono le aspettative di lungo termine e la crisi finanziaria continuò, anche quando all’inizio del 2012 la Bce scese in campo (intervento pubblico di breve termine) con un trilione contro la speculazione. Finché il 26/7/12 la Bce rovesciò la sua posizione sul lungo termine. Draghi annunciò: “Faremo whatever it takes per stabilizzare i mercati finanziari”. E subito (come previsto) gli spread cominciarono a scendere – nota bene: senza bisogno di spendere altri soldi -, e oggi sono a livelli minimi.

Sui mercati reali il meccanismo è lo stesso. Il link fra: ‘andamento del reddito negli anni recenti’ (3); e -> ‘reddito atteso in futuro’ (2); funziona male se i privati non credono che il settore pubblico sia deciso a fare “whatever it takes” per spezzare le reni alla depressione, e che pertanto l’intervento pubblico continuerà per tutto il tempo necessario. Negli Usa, ad esempio, nel 2009 ci si chiedeva se lo ‘stimolo’ di Obama fosse sufficiente, e in caso contrario si ipotizzava una seconda manovra espansiva; la stessa Fed faceva sapere che avrebbe fatto ‘whatever it takes’ per rilanciare la domanda: anche politiche non convenzionali, anche per importi astronomici. Il pubblico conosceva la determinazione dei governanti, mentre vedeva l’economia riprendersi. E gradualmente si tranquillizzava: (3) -> (2)Perciò non c’è stato bisogno di altre manovre espansive.

A questo punto il lettore intravede la mia conclusione. Nell’Eurozona, i Trattati e l’establishment sono anti-keynesiani. Gli stimoli alla domanda non solo sono nel migliore dei casi saltuari e infimi. Essi sono anche poco efficaci nell’innescare una vera ripresa, a causa dei continui annunci, indicazioni, e regole che segnalano che manca la determinazione per sostenere la domanda aggregata (con risorse pubbliche) fino a quando e per quanto è necessario. Perciò il deficit spending non tranquillizzerebbe l’opinione pubblica. Nella zona euro il link (3) -> (2) è spezzato.

Chi propone ai governi nazionali di forzare la mano alla Commissione, e di alzare deliberatamente il deficit pubblico nel suo Paese, scherza col fuoco. Non solo perché la Bce, se vuole, può impedire le politiche keynesiane nel breve termine, come ha fatto con la Grecia. Non solo perché agire da soli è meno efficace nel breve termine a causa dell’elevata propensione marginale all’importazione dei singoli paesiMa anche perché nella zona Euro è più difficile – per le politiche keynesiane come per qualsiasi altro accidente – innescare nel lungo termine una ripresa della domanda privata. In queste condizioni, è triste dirlo, ma sono forse meglio le politiche caute e assai poco eroiche di Padoan e Renzi: tentativo di tranquillizzare piano piano sul futuro, senza rompere con l’Europa, sperando nello stellone.