I capelli sono già d’oro, schiariti dal sole di mille allenamenti. Come la medaglia che secondo tutti dovrebbe conquistare nei 1.500 metri stile libero a Rio de Janeiro 2016. Gregorio Paltrinieri è l’italiano più atteso delle Olimpiadi: più delle fiorettiste, più di Vincenzo Nibali, forse persino più della portabandiera Federica Pellegrini. Lui lo sa, e sta al gioco. Alto, bello (le copertine ormai si sprecano, da Playboy in giù), abbronzatissimo ma col segno degli occhialini tatuato a contrasto sulla pelle. Tranquillo e disteso in questi ultimi giorni di vigilia. Ilfattoquotidiano.it lo ha incontrato prima della partenza nel centro federale di Ostia. La sua seconda casa, dove è arrivato a 16 anni ed è cresciuto come atleta. La prima resta Carpi, la famiglia (che lo seguirà anche a Rio), gli amici di sempre. Il successo non lo ha cambiato, “al massimo mi ha reso più maturo”. E la pressione non lo spaventa: gli piace essere il favorito, si sente un “simbolo dello sport italiano“, parla da leader a 22 anni ancora da compiere. Pure di temi delicati come il doping, “una piaga, anche per la nostra disciplina. Ma io resto convinto che un uomo, prima che un atleta, meriti una seconda chance“. Sempre e comunque sorridente, senza una ruga d’età o di preoccupazione: in acqua – habitat naturale per lui che è praticamente nato in piscina e sogna il mare aperto (chissà, anche per il prosieguo della carriera) – niente fa paura. Neppure il misterioso cinese Sun Yang, campione in carica che non gareggia da un anno sulla distanza e non ha ancora sciolto le riserve. “Ma io spero che ci sia, perché questa gara voglio godermela”.

Gregorio Paltrinieri, cosa significa per te Rio 2016?
Tutto. Quando sono arrivato qui ad Ostia ero un ragazzino, avevo 16 anni. Avevamo di fronte i Giochi di Londra 2012 ma io già pensavo a Rio 2016. Adesso finalmente ci siamo.

Hai citato Londra, è la tua seconda Olimpiade: quali sono le differenze?
È cambiato tanto. La prima fu un gioco: partii quasi per caso, era tutto nuovo, mi sentivo come un bambino nel paese dei balocchi. Ricordo che andavo in giro a chiedere autografi ai grandi campioni. Ora sono uno di loro. Ho ancora una gran voglia di divertirmi, ma partecipare non basta più.

La domanda che tutti i tifosi italiani vorrebbero farti: come stai?
Bene, abbastanza bene. La forma di oggi non è quella della gara, manca ancora qualche giorno di rifinitura, altrettanto decisiva della preparazione che c’è stata fino ad oggi. Comunque sento che il lavoro fatto sta cominciando a dare i suoi frutti, ho la coscienza a posto, so di aver fatto quello che dovevo fare per arrivare qui nel migliore dei modi. Sono pronto per ciò che tutti si aspettano.

La medaglia d’oro nei 1.500 stile. Sei tu l’uomo da battere?
Sì, lo dicono i numeri. Arrivo a Rio con i tempi e i risultati migliori. E voglio concentrarmi soprattutto su me stesso, senza sottovalutare ma neanche pensare troppo agli avversari come Horton, Jaeger. E ovviamente Sun Yang.

Cosa sai del cinese?
Nulla, non abbiamo notizie. Ma se dovessi scommettere, lo farei sulla sua presenza. E ci punterei parecchio. Quest’anno si è testato su altre gare e ha fatto benissimo. Sui 1.500 non si è fatto vedere ma conta poco: lui è Sun Yang, non ha bisogno di provare. Sono convinto che ci sarà.

E con lui in gara cosa cambia?
Probabilmente partiremmo più o meno alla pari: lui è il campione in carica e il detentore del record mondiale, io ci arrivo con il titolo di campione del mondo e il miglior crono dell’anno. Non lo temo. Anzi, sapete che vi dico? Il favorito sarò comunque io.

Grande ambizione, tante aspettative: non c’è il rischio che tutta questa pressione ti schiacci?
No, perché essere un campione vuol dire anche saper gestire questo tipo di vigilie. Mi sento migliorato soprattutto in questo: prima vincere era strano, una sorta di ebbrezza. Ora ho consapevolezza dei miei mezzi e di quello che la gente si aspetta da me.

Nel 2012 eri un ragazzino che si affacciava al grande palcoscenico internazionale. Poi sono arrivati due ori mondiali e cinque europei. Il successo ti ha cambiato?
No, sono ancora Gregorio. La mia quotidianità è stata stravolta, ma il successo non mi ha cambiato. Mi ha solo reso più maturo: ho imparato ad affrontare situazioni diverse, in vasca e fuori, a fare duemila cose senza trascurare la mia vita. Appena posso torno a Carpi, quella resta la mia casa, dove ritrovo la famiglia e gli amici, gli affetti veri.

Ti senti un simbolo dello sport italiano?
Perché no. Lo sono per i risultati, per le aspettative anche qui a Rio, per le attenzioni che mi circondano. Lo percepisco da quanta gente mi scrive, bambini e ragazzi, che vogliono sapere tanto di me, anche della mia vita personale. E mi fa piacere.

E da volto del movimento cosa pensi del doping? Se ne parla tanto ultimamente, in Italia per il caso Schwazer, nel mondo per lo scandalo della Russia…
È un tema molto delicato. Non voglio entrare nelle vicende specifiche, ma da atleta e da uomo io ho sempre pensato che una seconda occasione non vada negata a nessuno. Perché è difficile capire fino a che punto il dopato sia un colpevole, o solo la vittima di un sistema più grande. Certo, ultimamente siamo arrivati a un livello preoccupante. I casi aumentano, forse ci vorrebbe qualcosa di più duro per invogliare a non doparsi. Anche il nuoto è tra le discipline più coinvolte, e questo non fa bene al movimento. Però dà più valore a quello che facciamo noi italiani. E che faremo anche a Rio.

Torniamo al discorso iniziale: o medaglia d’oro o fallimento?
Credo che sarebbe l’approccio sbagliato ad una manifestazione unica. I Giochi sono i Giochi, disprezzare magari un argento olimpico vorrebbe dire non capire l’importanza di trovarsi qui. Non voglio precludermi la possibilità di gioire appieno di questa esperienza. Però non mi nascondo: nuoterò per l’oro.

E magari anche il record del mondo. Ci pensi?
Certo, non sono lontano dal tempo di Sun Yang. È una possibilità, non un’ossessione. Ma conta solo vincere.

Incrociamo le dita: olimpionico a 21 anni. Poi cosa fa un atleta che ha già vinto tutto così giovane?
Non lo so di preciso, ultimamente sono stato troppo concentrato su questa gara per immaginare il dopo. Sicuramente Rio, comunque vada, rappresenterà uno spartiacque della mia carriera. Di una cosa sono certo, però: la voglia di nuotare non mi mancherà. È la cosa che amo di più.

Ancora 1.500 o qualcos’altro?
Sono la mia gara, non voglio abbandonarli. Anche perché la carriera dei fondisti è più breve: a 26-27 anni si comincia a perdere qualche colpo e io sono molto precoce. Probabilmente farò un altro quadriennio fino a Tokyo 2020 impostato su 800 e 1.500. Però mi stuzzicano anche le acque libere: da ragazzino facevo i campionati italiani e vincevo pure lì. Il passaggio al mare non credo sarebbe troppo complicato. Vedremo.

A cosa penserai prima di tuffarti in acqua nella gara della vita?
A godermela, fino in fondo, fino all’ultima bracciata. Ho pensato a questa gara ogni giorno negli ultimi quattro anni. Per questo voglio che sia speciale, che ci sia anche Sun Yang, che non manchi nulla. Queste devono essere le mie Olimpiadi, saranno le mie Olimpiadi.

Twitter: @lVendemiale