Salvo una eccezione (non diremo a chi ci riferiamo) la stampa quotidiana riguardo alla Rai è in grado di perseguire due e non più di sue missioni: la cronaca rosa della vipperia da intrattenimento; la cronaca oscura del chi nomina chi e chissà perché. Ovviamente quando ci vanno di mezzo i vertici dei TG lo scuro domina e si finisce in House of Cards (in Rai i politici vogliono contare, etc, etc), in questo caso col volonterosissimo contributo di uno showman della stazza di Freccero. Ma più spesso emerge che lunghe concatenazioni di ospitate, cene in terrazza e promesse per il futuro a venire, organizzano un tifo sistematico contro qualsiasi mutamento di incarico; roba che manco Buzzi all’idea che venisse cambiato l’assessore di riferimento.

Ovviamente, per quanto particolaristici e familistici fossero e ancora siano i moventi dei censori, gli argomenti “di copertura” da essi usati sono di sovente nobili e del tutto condivisibili, a partire da quello della necessità che la RAI non paia “di qualcuno”, ma si sforzi di essere “di tutti”. Ma, saremo ingenui, di attentati al pluralismo, francamente, nelle nomine appena ratificate ai vertici delle testate, non riusciamo a ravvisarne.

Detto questo, come abbiamo più volte, perfino monotonamente, sottolineato, il cuore della valutazione da compiere per capire se quella attuale sia la Rai di sempre o se invece stia muovendo verso qualcosa di nuovo, sta nel verificarsi o meno della riorganizzazione editoriale delle testate, col superamento del reperto fossile e sprecone ereditato dagli anni ’70 del secolo breve (non c’era neanche il fax) e perpetuato per il comodo di protettori e produttori, ma non per l’utilità dei consumatori.

E dunque, ecco l’unica domanda che per davvero ci poniamo, le nuove nomine sono compatibili con l’ipotesi che ad esse possa seguire, a brevissimo, una vera riforma editoriale e strutturale?
Un dato sembrerebbe andare in questa direzione, e cioè la circostanza che i nuovi direttori non siano star accreditate nel circo dei talk show, ma che ad occhio e croce, paiano giornalisti, supponiamo bravi, e basta. Tanto da poter essere quei “direttori di un editore” di cui ha bisogno per l’appunto una azienda che per riformarsi deve innanzitutto reinventarsi il ruolo del proprietario, da tempo dismesso per cedere ogni spazio alla lottizzazione. Direttori, giudicando ad occhio, come il Fontana del Corsera o quelli dei vari periodici del gruppo RCS, tanto più ora che Cairo farà di certo pesare (ad essere eufemistici) la sua super Presidenza con deleghe.

Sarà così? Lo vedremo prestissimo quando i nuovi, specie quelli del TG2 e del TG3, sforneranno i piani editoriali sulla base dei quali chiederanno la fiducia ai corpi redazionali (secondo un rito del mestiere che trova precedenti solo nelle seicentesche elezioni dei comandanti pirati da parte dei loro equipaggi). Saranno piani aperti alla trasformazione dell’esistente (taglio editoriale, frequenza delle edizioni) o di arrocco in quel che, da quaranta anni c’è? Se saranno aperti, vuol dire che da qualche parte in Rai un percorso di riforma qualcuno in testa ce l’ha e che i nominati lo hanno in qualche modo già accettato. Dunque dovremmo vederne presto l’attuazione. Se no, saranno dolori. I soliti. E comunque noi per ora torniamo in ferie.