Uscito malconcio dagli stress test europei il gruppo Unicredit ha presentato mercoledì 3 agosto conti trimestrali migliori delle attese. Ma viste le reazioni della Borsa, evidentemente non basta. I profitti del periodo aprile-giugno della banca milanese si sono attestati a 916 milioni di euro, il 75% in più rispetto allo stesso periodo del 2015 e circa 250 milioni oltre le previsioni. Sui sei mesi l’utile appare in crescita del 27% a 1,3 miliardi. Eppure dopo la diffusione dei dati il titolo della banca ha invertito la rotta arrivando a perdere oltre il 4% e portando il calo degli ultimi 3 giorni vicino al 22% (- 71% le flessione dell’ultimo anno) e avvicinandosi a quota 1,7 euro, per poi riprendere leggermente quota e chiudere a 1,81 euro in calo dell’1,36 per cento. Il punto è che sebbene la trimestrale sia positiva i problemi di fondo rimangono. Problemi che significano la necessità di raccogliere sul mercato fino a 8 miliardi di euro per rafforzare il capitale della banca. Nei dati diffusi mercoledì 3 agosto si legge infatti che il CET1 ratio si attesta al 10,33 per cento. La sigla tecnica non significa altro che il valore del capitale vero e proprio rapportato al totale degli attivi soppesati in base al livello di rischio. In altre parole sono le risorse di cui la banca dispone per far fronte a potenziali perdite senza il bisogno di vendere asset . Il CET 1 di Unicredit è giudicato non sufficiente dai mercati. Una problematica già messa in luce dagli stress test condotti dall’Autorità bancaria europea. Nella simulazione di scenario avverso in cui si ipotizzano le conseguenze di una crisi economica sui conti delle banche, Unicredit aveva mostrato un’erosione del CET 1 al 7,1 per cento. Solo tre banche europee, di cui una è Mps, avevano ottenuto un risultato peggiore.

Alla luce di queste cifre è legittimo porsi qualche interrogativo sulla scelta della banca di distribuire un dividendo ai suoi azionisti anche nel 2016. Stimare a grandi linee l’entità della ricapitalizzazione di cui ha bisogno Unicredit non è operazione così complicata. Il tallone d’Achille di quasi tutte le banche italiane sono i crediti deteriorati. Unicredit ha sofferenze (prestiti concessi che verranno recuperati solo in piccola parte) che ammontano a 37 miliardi di euro con un tasso di copertura, ossia le predite già assorbite nei bilanci, del 61 per cento. Nei bilanci della banca questi crediti valgono quindi il 40% del loro valore nominale, cioè poco meno di 15 miliardi di euro. Il problema è che i mercati assegnano a questi crediti difficili da incassare un prezzo che non va oltre il 20% del valore nominale. Per allineare le cifre del bilancio a quelle di mercato e disfarsi di questi crediti vendendoli a qualche operatore specializzato Unicredit dovrebbe quindi ridurne il valore di altri 7/8 miliardi, perdite che andrebbero appunto ad incidere sul capitale della banca. Va detto che quella di forzare le valutazioni dei crediti cosiddetti malati è prassi comune a tutte le banche. La scommessa è che l’arrivo di una ripresa possa migliorare la situazione. Il rovescio della medaglia è che tenere a bilancio questi crediti drena continuamente risorse alla banca che è costretta ad accantonare denaro per far fronte alle potenziali perdite.

Ragionare su valori di cessione dei crediti deteriorati più alti (nel caso del piano per il salvataggio di Mps il valore è stato fissato al 33%) è al momento inverosimile. Il fondo Atlante non ha infatti dotazioni finanziarie per intervenire su ampia scala e per ora non è alle viste una soluzione di sistema. Tornando ai dati trimestrali della banca i ricavi hanno raggiunto i 6 miliardi e 100 milioni di euro,il 7,1% in più dello scorso anno grazie soprattutto alle attività di compravendita di titoli che hanno garantito incassi per 945 milioni, oltre il doppio rispetto al secondo trimestre 2015. In calo del 2,5% i proventi delle commissioni che si sono attestati a un miliardo e 943 milioni. Scendono del 2,7% a 2,9 miliardi i ricavi da interessi ossia quelli dell’attività bancaria tradizionale di erogazione del credito. Una voce del bilancio che peraltro è sotto forte pressione per tutte le banche europee. Una situazione di tassi ufficiali a zero e una curva dei rendimenti che si appiattisce (ossia con una differenza degli interessi per prestiti di diversa durata che si assottiglia) rendono infatti quasi impossibile guadagnare raccogliendo risparmi e prestando soldi. I costi sostenuti dalla banca ammontano a 3 miliardi di euro ossia il 4,3% in meno del secondo trimestre 2015 ma stabili rispetto ai primi tre mesi di quest’anno. Unicredit ha annunciato anche la vendita a Sia delle attività di elaborazione dei pagamenti tramite le carte di pagamento Ubis in Italia, Germania e Austria. Un’operazione che garantirà un utile di circa 440 milioni di euro, una piccola iniezione ricostituente per il patrimonio del gruppo. Del resto l’ad del gruppo, Jean Pierre Mustier, ha confermato che la strategic review del gruppo verrà presentata “entro la fine dell’anno” e riguarderà “tutti gli asset” con l’obiettivo, tra l’altro, di “ottimizzare il capitale, aumentare l’efficienza e migliorare la disciplina del rischio“. Ma con una “velocità senza precipitazione”.