Per l’uno “non sono il problema del sistema europeo”. L’altro punta il dito contro il successore, il cui governo “non fece quanto egli ci rimprovera di non avere fatto”. Ma mentre Matteo Renzi e Mario Monti si sfidano a colpi di interviste e lettere ai giornali sul modo in cui i rispettivi esecutivi hanno affrontato la questione, le banche mandano a picco Piazza Affari, che chiude la seduta crollando del 2,76% in una giornata di perdite contenute in tutto il Vecchio Continente. Ha fatto peggio, di pochissimo, solo il listino di Madrid, che ha lasciato sul terreno il 2,77 per cento. A Milano il rimbalzo registrato lunedì dal Montepaschi è stato subito spazzato via da un nuovo crollo: -16,1 per cento. Ancora molto male anche Unicredit, che ha passato gli stress test sul filo e mercoledì ha in calendario la presentazione dei conti del semestre dai quali evidentemente il mercato si aspetta brutte sorprese visto che il titolo martedì ha perso un altro 7,15% a 1,84 euro dopo il tracollo della vigilia, quando era scivolato sotto quota 2 euro. Molto male anche Bper, BpmBanco Popolare e Unipol che hanno registrato tracolli compresi tra il 12 e il 9 per cento.

In mattinata era stato Monti ad aprire il fronte di polemica sugli istituti di credito. “A parte Mps, per il quale intervenimmo, il sistema bancario italiano nel 2011-13 non presentava particolari problemi e non domandava aiuti”, scrive l’ex presidente del Consiglio in una lettera al Corriere della Sera in cui respinge le critiche di Renzi ai suoi predecessori per quanto attiene le possibili misure a sostegno del sistema bancario. “Renzi – afferma Monti – accusa i suoi predecessori di non avere aiutato il sistema bancario quando si poteva farlo addossando tutto il costo del salvataggio allo Stato (bail-out), regime sostituito nell’autunno 2013 dal bail-in, con l’accordo di tutti i governi (non più il mio, per l’Italia) ed entrato completamente in vigore solo all’inizio del 2016, senza che in Italia si sia fatto molto per preparare il sistema e i risparmiatori a questa novità”.

“Capisco che Renzi guardi al bail-out con nostalgia, perché il costo degli infortuni o delle malefatte delle banche veniva messo a carico dello Stato, che non vota, mentre i cittadini, che votano, venivano salvaguardati”, osserva Monti che è stato presidente del Consiglio dal 16 novembre 2011 fino al 28 aprile 2013. E spiega perché il suo governo “non fece quanto egli ci rimprovera di non avere fatto”. A parte il fatto che il sistema bancario in quegli anni non chiedeva aiuti , il senatore a vita osserva che “se l’avessimo sostenuto con fondi dello Stato, avremmo aggravato la già precaria situazione dello Stato medesimo, con il probabile default. In tal modo, per risolvere un problema non esistente, ne avremmo creato uno gigantesco“.

In particolare, a infastidire l’ex presidente della Bocconi era stato un passaggio dell’intervista rilasciata da Renzi a La Repubblica il 31 luglio, in cui il premier spiegava di non volere “che per le responsabilità dei politici del passato, e dei banchieri del passato, paghino i cittadini di oggi”. “I governi Letta e Monti – argomentava – hanno disseminato di trappole le vecchie finanziarie”, col meccanismo “atroce” della clausole di salvaguardia, ma “l’Iva non aumenterà”. “L’intervista di Renzi – replica Monti dalle colonne del Corriere – oltre alla ripetuta (ribollita, mi verrebbe da dire) critica sulle banche, conteneva un nuovo capo d’accusa a noi ‘predecessori’. Avremmo disseminato di trappole il cammino finanziario di Renzi, con diverse clausole di salvaguardia” ma, sottolinea, “su un totale di 16,8 miliardi di clausole di salvaguardia disinnescate nel 2016, 3,3 miliardi erano stati inseriti dal governo Letta nella legge di Stabilità 2014. Il resto erano clausole inserite dal governo Renzi nel 2015″.

Nelle stesse ore in cui la lettera di Monti arrivava nelle edicole con il quotidiano di via Solferino, il presidente del Consiglio spiegava il proprio punto di vista in un’intervista alla Cnbc: “Penso che gli stress test abbiano mostrato che le banche italiane non sono il problema del sistema europeo. Questa è la vera novità – ha spiegato Renzi all’emittente statunitense – negli ultimi 12 mesi ogni giorno si diceva che il problema erano le banche italiane e noi replicavamo che non era vero. Alla fine gli stress test mostrano la realtà: abbiamo la migliore banca europea, Intesa Sanpaolo, e quattro istituti su cinque sono in una buona situazione. Il problema è Monte dei Paschi di Siena, per la quale abbiamo lavorato con forza a una soluzione di mercato. Perciò sono soddisfatto del risultato”. Intanto però sul sistema italiano aleggia lo spettro del bail-in: “L’Italia sta combattendo per evitarlo – ha detto ancora il capo del governo – perché anche un soft bail-in potrebbe essere un disastro per la credibilità e la fiducia. Questa è la ragione per cui ho combattuto per una soluzione di mercato” per Mps. La mia priorità è anche cancellare il potere dei politici nelle banche”, ha aggiunto.

Silenzio assoluto, invece, sul caso Unicredit che, secondo quanto emerso lunedì in serata, tra febbraio e maggio dello scorso anno è stata oggetto di una doppia ispezione della Bce. Oggetto delle attenzioni della vigilanza europea sono state l’accuratezza del calcolo della posizione di capitale del gruppo (Capital position calculation accuracy) e la gestione degli asset e dei crediti deteriorati (Management of distressed assets/bad loans) limitatamente all’Italia. A inizio luglio Unicredit era ancora in attesa dell’esito. Secondo alcuni analisti, poi, l’esito degli stress test conferma la necessità per l’istituto di varare una maxi ricapitalizzazione fino a 8 miliardi di euro per rafforzare la dotazione di capitale del gruppo, ai livelli più bassi tra le banche europee con rilevanza sistemica. Per Banca Imi un aumento di 7-8 miliardi sarebbe coerente con i risultati degli stress test, da cui è emerso uno shortfall di 8,5 miliardi di euro rispetto alla media delle banche europee nello scenario avverso. Anche per gli analisti di Mediobanca la cifra è “il numero giusto”: un aumento di capitale di 7,5 miliardi è infatti “la minima ricapitalizzazione per ottenere una posizione di capitale confortevole”, permettendo alla banca di guadagnare circa 185 punti base di Cet1. Per Piazzetta Cuccia la vendita di altre quote di Fineco e Pekao “non sarebbe invece un grande affare”. Per Equita, che preferirebbe un aumento di larghe dimensioni a un mix di aumento e cessioni che indebolirebbero il gruppo in mercati a più alta potenzialità di crescita, una ricapitalizzazione da 8 miliardi porterebbe il Cet1 2016 della banca al 14%, con una redditività sul capitale tangibile in discesa dal 5,7% al 4,7 per cento. Tornando a premier ed ex premier, silenzio, infine, anche sul caso della casse di previdenza private sollecitate dal governo a investire nel fondo di salvataggio bancario Atlante, nonostante sulla carta si tratti di un’iniziativa privata. La partecipazione da 500 milioni di euro è da lunedì sera in stallo dopo un’iniziale adesione da parte dell’Adepp.