Fu lei a istigare il fidanzato a sparare e uccidere i suoi genitori: “Spara, spara“. Per questo la 17enne di Ancona accusata di concorso in omicidio è stata condannata a 18 anni: se li sconterà tutti, uscirà di galera quando ne avrà 35. La ragazza, presente in aula al momento della pronuncia della sentenza, confortata da alcuni familiari, è scoppiata in lacrime dopo la lettura della sentenza. A stabilire la pena è stato il giudice per l’udienza preliminare Francesca Giaquinto, affiancata da due giudici onorari, che ha accolto le richieste del capo della Procura dei minori Giovanna Lebboroni. Secondo il capo d’imputazione la 17enne aveva un “pieno dolo intenzionale collegato direttamente con l’uccisione dei genitori”.

A sparare nel pomeriggio del 7 novembre 2015 fu il fidanzato Antonio Tagliata, 19 anni: contro i genitori della ragazza, Fabio Giacconi e Roberta Pierini, furono esplosi 9 colpi calibro 9×21. Tagliata è reo confesso: è imputato in un processo parallelo.

Antonio e la ragazza, il giorno dell’omicidio, arrivarono insieme in via Crivelli, sotto l’abitazione delle vittime, che non vedevano di buon occhio il legame morboso della coppia ed erano preoccupati per i trascorsi con la giustizia del padre del 19enne e per il fatto che i fidanzati volessero vivere la loro relazione a casa di lui. La giovane, ha ribadito il pm, vide la pistola, “pesante, grossa, con i proiettili” portati da Antonio, gli aprì la porta di casa nonostante avesse “messo in conto che lui avrebbe potuto minacciare” i genitori, lo incitò gridando ‘spara, spara’, non soccorse i suoi e poi se ne andò con l’assassino. E’ questo il “film” della tragedia che, per la procura, inchioda la minore alla medesima intenzione di uccidere di chi ha premuto il grilletto. Antonio insomma è credibile quando dice di essere stato istigato dalla fidanzata: in un’intercettazione ambientale, il ragazzo racconta genuinamente i fatti, compreso il grido di lei, “spara”. Anche in assenza di premeditazione, lei era “in piena sintonia con l’idea di utilizzare l’arma che aveva visto”.

La motivazione della condanna in abbreviato, arrivata dopo una camera di consiglio di oltre otto ore, verrà depositata entro 90 giorni. Al termine dell’udienza, la 17enne è stata di nuovo portata nell’istituto di pena minorile di Nisida (in provincia di Napoli) dove è detenuta da otto mesi. La condanna, ha commentato il difensore Paolo Sfrappini, “l’avevamo messa in conto, viste le richieste del procuratore. Noi avevamo altre tesi e altre richieste, leggeremo la motivazione e poi faremo appello”. “Da domani, la giovane cercherà di riprendere la sua vita, di iniziare un percorso psicoterapeutico e proseguire gli studi”. In carcere piange e racconta di sognare sempre i genitori.

Ma le tesi difensive non hanno convinto il giudice. Quelle di una ragazza “immatura” che colmava il vuoto affettivo instaurando relazioni di “dipendenza”. Di un’innocente che non aveva intenzione di uccidere i genitori. “Tutto ciò non doveva accadere”, ha ripetuto spesso ai magistrati. L’incontro tra i fidanzati e i genitori di lei doveva essere solo un chiarimento, ha sostenuto. La pistola? Era convinta che fosse finta come altre che aveva visto a casa di Antonio. E al momento degli spari, ha affermato, non incitò l’ex fidanzato ma anzi rimase impietrita. La fuga con lui? Lo avrebbe fatto solo per paura. Spiegazioni evidentemente ritenute non credibili.

Ora toccherà ad Antonio, indagato in un procedimento parallelo, essere giudicato. Prima del duplice delitto lasciò in casa dei biglietti in cui confessava tutto, annunciava di volersi uccidere ma anche la fuga, ma poi si presentò con la pistola. Oggi il perito dirà se era capace di intendere e di volere quando si avventò contro le vittime, rincorrendo Giacconi fino in terrazza per finirlo.