L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ha destabilizzato i mercati e preoccupato per le conseguenze sull’export dall’Italia verso il Regno Unito. Riguardo all’impatto generale del voto, gli analisti sono concordi: il calo delle esportazioni si farà sentire dal 2017, quando dovrebbero essere chiusi i primi accordi tra Londra e Bruxelles in vista dell’uscita vera e propria. Ma a quanto ammonterà il conto finale per la Penisola? Su questo gli esperti sono tutt’altro che concordi. Le cifre che circolano vanno dai 600 milioni ai 3 miliardi stimati da Intesa Sanpaolo. E le proiezioni sono in contrasto anche nell’individuare i comparti più colpiti. Se per Prometeia a subire maggiormente le conseguenze della Brexit sarà il settore agroalimentare, secondo la Sace a chinare il capo saranno soprattutto meccanica strumentale e mezzi di trasporto, con cali fino al 18% in un anno.

Nel 2017 impatto tra il 3 e il 7% del valore dell’export – L’export italiano verso il Regno Unito aveva chiuso il 2015 con un +7,4% rispetto all’anno precedente e archiviato il primo trimestre 2016 con un +1,8% in termini tendenziali. Un trend che nel triennio 2017-2019 avrebbe portato, secondo le stime del gruppo pubblico di assicurazione del credito Sace, a una crescita media annua del 5,5%. Con la Brexit, però, le stime subiscono uno stravolgimento. Nel 2016 le esportazioni del made in Italy oltremanica continueranno a crescere, visti i tempi di attuazione della procedura di uscita dall’Unione e i dati positivi registrati nei primi sei mesi dell’anno. Secondo Sace, quindi, nel 2016 l’effetto Brexit si limiterà a una crescita più bassa di 1-2 punti percentuali rispetto a quanto previsto. Il dato negativo si registrerà, invece, nel 2017, con un calo dell’export che dovrebbe oscillare, sempre secondo il gruppo assicurativo-finanziario, tra il 3% e il 7%: cioè tra 600 milioni e 1,7 miliardi di euro.

La società di consulenza e ricerca Prometeia, invece, ipotizza che sull’export italiano, dopo la Brexit e in seguito ai negoziati Londra-Bruxelles, possa essere applicato un dazio medio “superiore al 5% del valore esportato“. Se le imprese italiane se ne faranno carico mantenendo invariati i prezzi di vendita, i costi per il mercato nostrano si aggirerebbero, quantifica Prometeia, intorno al miliardo di euro. Ma potrebbero anche decidere di caricare i costi aggiuntivi sui consumatori. E a quel punto bisogna capire se le vendite caleranno.

Sace: “La meccanica strumentale perderà fino al 18%” – Totale disaccordo pure sui settori che subiranno maggiormente le conseguenze del voto britannico del 23 giugno. Secondo Sace, quelli maggiormente colpiti saranno la meccanica strumentale e i mezzi di trasporto, con cali rispettivamente tra il 10-18% e 10-16%. Salvi, invece, tessile e abbigliamento (con un calo previsto tra 1% e 3%) e l’agroalimentare che, addirittura, continuerà a crescere anche del 6%. Una differenza che, secondo gli economisti di Sace, si spiega con il fatto che i primi tagli dovuti alla Brexit riguarderanno gli investimenti e non i consumi. L’incertezza e l’impatto economico scoraggeranno gli imprenditori britannici a investire nelle proprie aziende, quindi anche e soprattutto nei macchinari per la produzione, settore nel quale l’Italia è uno dei leader mondiali, e nei mezzi di trasporto commerciali. Problema che, invece, non riguarderebbe agroalimentare e moda, settori che producono beni di consumo generalmente destinati a un mercato di fascia alta e, quindi, a classi sociali che meno risentiranno degli effetti economici dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione. Le previsioni di Sace, però, non tengono conto della possibile influenza dei dazi doganali.

Prometeia: “A rischio i settori di alimentare e moda” – Aspetto tenuto in considerazione, invece, da Prometeia e che porta a una lettura totalmente opposta rispetto a quella di Sace. Gli analisti dell’azienda di consulenza e ricerca economica prevedono cali ridotti per settori come la meccanica, la farmaceutica e i mezzi di trasporto dovuti “alla forte specializzazione dell’offerta italiana”, come si legge nel loro ultimo comunicato. Penalizzati, invece, i comparti del made in Italy tradizionale: “Applicando le tariffe medie di comparto ai flussi effettivi del 2015 – si legge – le imprese dell’alimentare arriverebbero a perdere 450 milioni di euro (il 14% delle proprie vendite sul mercato), la moda oltre 200 milioni di euro (il 9% di quanto esportato)”.

Twitter: @GianniRosini