E adesso? Nei giorni del dopo Brexit l’incertezza su tutto ciò che riguarda i rapporti del Regno Unito con il resto d’Europa regna sovrana. E continuerà a farlo per un certo tempo. Intanto, è già possibile fissare alcuni punti fermi.

Crolla la sterlina: per gli italiani i prodotti inglesi costeranno meno –  Dal giorno del referendum la sterlina ha perso il 10% nei confronti del dollaro e l’8% sull’euro. E’ probabile che la debolezza della valuta inglese si protragga a lungo. In questi giorni la borsa di Londra ha perso meno delle altre. Una tendenza che ha riguardato soprattutto l’indice Ftse 100 (-3%) dove sono quotati i gruppi più grandi. Si tratta per lo più di società molto internazionalizzate con gran parte di ricavi e utili generati fuori dall’Inghilterra e che pertanto risentono meno del calo della sterlina. Non a caso l’indice londinese Ftse 250 che include anche aziende più piccole e radicate in Gran Bretagna ha lasciato sul terreno più del doppio (-10%). Una sterlina più debole significa, in prospettiva, che per noi i prodotti inglesi costeranno meno. Almeno finché non saranno negoziati nuovi accordi con i partner commerciali. Così come la vita a Londra potrebbe diventare un poco più accessibile. Viceversa per gli inglesi sarà più caro spostarsi fuori dal Paese o comprare beni prodotti altrove. Per le aziende inglesi che esportano questo è un vantaggio. Grazie al cambio i loro prodotti diventano infatti più convenienti e competitivi.

Per gli inglesi la Brexit favorisce l’export e penalizza l’import – La moneta più debole aiuta le esportazioni inglesi e riduce le importazioni. L’interscambio della Gran Bretagna vale circa 900 miliardi di euro e il Paese accumula un deficit di circa 140 miliardi di euro l’anno dato dalla differenza tra quanto importa e quello che esporta. Una sterlina più debole dovrebbe favorire il riequilibrio di questi valori. Il 51% degli scambi avviene con paesi dell’Unione Europea. Relativamente modesta la quota italiana (4,5% di tutto il nostro export). La società di consulenza Prometeia ha rilevato come Italia e Gran Bretagna siano economie che raramente competono direttamente tra loro. Su oltre 120 settori merceologici analizzati solo in 30 Italia e Gran Bretagna risultano infatti contemporaneamente tra i primi 10 esportatori mondiali. Prevalentemente si tratta di prodotti della meccanica. Da questo punto di vista il vantaggio competitivo della sterlina debole non dovrebbe penalizzare troppo il made in Italy. L’addio al mercato unico e la svalutazione avranno però anche l’effetto di ridurre le vendite di prodotti italiani in Gran Bretagna. Per un inglese i prodotti italiani diventano più cari, per il cambio e a causa delle barriere commerciali. Anche in questo caso, questa situazione durerà finché non saranno rinnovati i trattati commerciali con gli altri Paesi.

La Brexit può costare 1 miliardo di euro al made in Italy – Ipotizzando un dazio medio del 5% sui nostri prodotti, la Brexit potrebbe costare alle imprese italiane circa 1 miliardo di euro, calcola sempre Prometeia. Le più colpite sarebbero le aziende dell’alimentare con una perdita complessiva di 450 milioni seguite da quelle della moda (200 milioni). Una questione aperta riguarda anche le compagnie aeree britanniche tra cui i colossi del low cost Ryanair ed Easyjet. Il rischio di un aumento delle tariffe è legato al cambiamento degli accordi. Attualmente anche quello dei cieli europei è una sorta di mercato unico senza barriere tariffarie. Se questa condizione dovesse cambiare spostarsi da uno spazio aereo all’altro potrebbe produrre costi aggiuntivi a carico delle compagnie e quindi dei suoi utenti.

Centinaia di trattati da ridefinire: economia Uk nel limbo – Quasi tutto dipende però da quali saranno gli accordi che Londra stringerà con gli altri Paesi europei in sostituzione di quelli attuali. Oltre alle relazioni con Bruxelles la Gran Bretagna dovrà ridefinire i rapporti con altri 124 paesi che attualmente sono coperti dagli accordi siglati dall’intera Unione europea. Il problema è che queste trattative richiedono tempo. Le negoziazioni per il trattato siglato nel 2016 tra Unione europea e Canada erano ad esempio iniziate nel 2009. Questa protratta fase di limbo e di incertezza è uno degli elementi che secondo gli osservatori potrebbe causare i maggiori problemi all’economia anglosassone. Impegnativo anche rimettere mano alla legislazione interna: il 50% delle norme inglesi con un qualche impatto sull’economia deriva infatti dall’Unione europea. Nel Regno Unito esistono quasi 7mila norme europee applicabili direttamente che andranno sostituite da leggi domestiche.

Gli agricoltori inglesi dicono addio a 4 miliardi di sterline di contributi Ue – La Gran Bretagna contribuisce al budget europeo con 13 miliardi di sterline (15,6 mld di euro) l’anno, lo 0,5% del suo Pil. Riceve in cambio contributi diretti per circa 4 miliardi di sterline, la maggior parte destinati al settore agricolo. Gli agricoltori britannici rischiano di veder svanire questa forma di sussidi che però, sostengono i promotori del “leave”, potrebbero essere facilmente compensati dai risparmi sul budget Ue.

L’industria dell’auto pensa al trasloco – Otto automobili ogni 10 costruite negli stabilimenti inglesi finiscono all’estero. Di queste 5 arrivano sui mercati europei. Condizioni commerciali più restrittive e dazi più alti potrebbero invogliare molti big a spostare altrove le produzioni. Nissan, Toyota e Volkswagen i primi big che potrebbero valutare un trasloco.

A rischio il progetto Erasmus in Uk – Per ora nessuno sa bene cosa succederà al programma di studi all’estero per universitari Erasmus. Gli atenei tacciono in attesa di sviluppi. Il programma è stato creato dall’Unione europea e riguarda principalmente i paesi membri ma sono possibili anche trasferte in stati “associati” come Turchia, Islanda o Norvegia. Quindi la porta per studiare in Gran Bretagna potrebbe non chiudersi del tutto. Anche in questo caso bisognerà attendere gli esiti delle negoziazioni. Il premier britannico David Cameron ha affermato testualmente “per i migranti dell’Ue per ora non cambierà nulla”. Una dichiarazione non del tutto rassicurante. Pratiche burocratiche più complicate potrebbero disincentivare la ricerca di lavoratori stranieri da parte delle aziende con sede in Gran Bretagna. Attualmente vivono e lavorano nel paese circa 3 milioni di cittadini di paesi dell’Unione europea.

La grande finanza studia il trasferimento a Francoforte o Dublino – Per le banche statunitensi Londra è una porta sull’Europa. Senza l’Europa è solo una porta. Così un operatore della City commentava la decisione di lasciare l’Ue. L’ipotesi è che i big della finanza internazionale traslochino velocemente altrove con Francoforte o Dublino in pole position come destinazioni alternative e Milano che spera a sua volta di raccogliere un po’ dei “fuoriusciti”. La legione più nutrita è quella di Jp Morgan che a Londra ha un organico di 8.500 dipendenti, seguita da Citi con 7mila addetti. Goldman Sachs e Morgan Stanley contano rispettivamente 5.500 e 5mila dipendenti. Bank of America 4.500. A preparare gli scatoloni potrebbero essere anche i 2.600 dipendenti della giapponese Nomura o i 5000 di Credit Suisse e i 4.500 di Ubs. Anche Deutsche Bank, che a Londra occupa 7000 persone, ha parlato della possibilità di trasferire altrove parte del business.