Non era molto difficile prevedere quello che sta accadendo sul versante terrorismo. Lo abbiamo scritto in diversi post sottolineando che le sconfitte militari dell’Isis non sarebbero state sufficienti a bloccare o a ridimensionare il terrorismo di matrice islamica. L’arretramento territoriale del califfato avrebbe posto problemi di varia natura. Problemi interni, anzitutto, relativi alla conflittualità tra coloro che erano stati all’opposizione e quanti in un modo o nell’altro avevano aiutato i miliziani dell’Isis. La vendetta tra clan contrapposti, tra sunniti e sciiti, lascerà una lunga scia di sangue, che potrà essere contenuta nella misura in cui la dirigenza politica che prenderà il posto di quelli che hanno appoggiato il califfato, saprà contenere le derive. In secondo luogo esterni, relativi a quei militanti che non potranno identificarsi con uno stato islamico che marcia trionfante e quindi dovranno affrontare le frustrazioni senza perdere il desiderio di vendetta, sia perché quel che resta dello stato islamico continuerà a dirigere le azioni terroristiche, sia perché lupi solitari saranno capaci di auto-organizzarsi per seminare la morte in qualche aeroporto, in qualche metropolitana o in qualche bar o ristorante come è accaduto a Istanbul, a Dacca e come prevedibilmente accadrà anche altrove.

Certo l’impegno delle forze dell’ordine, dell’intelligence è di massima importanza, così come le misure da adottare per mettere in sicurezza luoghi altamente frequentati, ma ognuno può capire che per quanto si facciano sforzi è impossibile garantire la sicurezza totale.

Istanbul è dotato di un grande aeroporto ben protetto, nonostante ciò il 28 giugno è stato colpito dal terrorismo jihadista. La Turchia è diventato un Paese di prima linea per gli attacchi del terrorismo islamico. Senza voler minimizzare l’atrocità di questo atto, è pur vero che dobbiamo chiederci se esso sia la conseguenza di una politica ambigua e contraddittoria che Erdogan ha portato avanti. Probabilmente, lo stesso presidente turco se ne è accorto se nel giro di una settimana ha cercato di uscire dall’isolamento diplomatico in cui si era cacciato. Anzitutto ha ripreso i rapporti con Israele dopo lo scontro tra una imbarcazione turca che cercava di forzare il blocco di Gaza e un commando israeliano; inoltre ha spedito una lettera di scuse a Putin per la distruzione di un bombardiere russo nel 2015 che avrebbe violato lo spazio aereo turco. Altro fronte sul quale sono iniziate manovre di avvicinamento è quello egiziano, il cui presidente Al Sisi era considerato da Erdogan un dittatore che aveva rovesciato il legale presidente egiziano, Mohamed Morsi, e quindi da tenere a distanza. Lui, il “nuovo sultano”, che per un breve periodo aveva fatto credere al mondo occidentale e a quello arabo islamico, di essere il campione della democrazia, quello che sapeva declinare democrazia e Islam. Il tutto è durato lo spazio di un mattino e ci si è accorti che il vero volto di Erdogan è quello di colui che priva il suo popolo delle libertà fondamentali, che mette in prigione i suoi oppositori, meglio se giornalisti. Un tentativo neanche tanto nascosto di islamizzare la società turca e di ridurre, con la guerra ai curdi, ad unicum ciò che è diversità e convivenza.

Insomma quando parliamo di terrorismo e condanniamo fermamente la strage di Dacca e quella di Istanbul e forse tante altre che verranno, bisogna a mio avviso, oltre all’azione di polizia, avere l’accortezza di stringere un patto con le comunità musulmane, anch’esse colpite. Chiedere di collaborare per isolare gli elementi che potrebbero scegliere la strada del terrore.

Un’ultima riflessione, necessaria per meglio inquadrare ciò che sta accadendo. Dobbiamo renderci conto che le azioni terroristiche sono, in buona parte, il frutto di politiche sbagliate che molti stati hanno fatto cercando di cavalcare l’onda dello stato islamico. La Turchia ad esempio ha inizialmente flirtato con gli jihadisti dell’Isis, le sue frontiere erano un colabrodo per il passaggio delle armi, e per quei giovani che volevano andare a combattere per il califfato, sotto la benevolenza delle autorità turche. Anche in Bangladesh, la strage porta il marchio della superficialità di un governo che ha sempre negato la presenza dell’Isis sino a quando giovani della buona borghesia del Paese non hanno fatto irruzione nel ristorante e hanno compiuto il massacro. Così come per lo scoppio di un camion a Baghdad che ha fatto più di cento morti compresi i feriti, a seguito del quale la popolazione infuriata ha accolto il premier Al-Abadi che si è recato sul luogo della strage, accusandolo di essere incapace di proteggere la popolazione.