Questo voto non è solo contro Bruxelles ma contro le élite. E’ la rabbia che viene dalla pancia delle gente. E’ la rabbia della parte debole della società contro quella forte. Ma il risultato sarà proprio l’opposto di quello che si voleva.

Il voto è chiarissimo. Ha votato Leave la ex classe operaia. Hanno votato Leave le aree più depresse del Paese, il Nord Est specialmente e le ex città industrializzate che non lo sono più, come Portsmouth o Southampton. La mappa geografica che porterà la Gran Bretagna fuori dall’Unione Europa non lascia dubbi. Le grandi città (Manchester, Leeds, Liverpool) hanno votato per rimanere, insieme a Londra, il più grande bacino di voti pro Ue insieme alla Scozia. Ma questi voti non sono bastati al Remain, perché anche nella cosmopolita Londra, la città degli immigrati, nelle periferie il voto euroscettico è stato più alto del previsto.

Perché? Perché nelle periferie non vivono più solo gli immigrati di ultima generazione ma anche la working class britannica, forzata a lasciare il centro della città vandalizzato e conquistato dai nuovi ricchi e dalla speculazione internazionale, che compra interi isolati e costruisce nuove case destinate agli investimenti di russi, cinesi e dei soldi da ogni parte del mondo. Case vuote, sfitte, carissime, che gli inglesi guardano con sempre più odio.

Così è stato un voto di rabbia. Ma chi ha votato si è fatto affascinare dalle chimere di personaggi come Nigel Farage, che hanno sventolato svariati specchietti per le allodole. A cominciare dallo spauracchio dell’immigrazione dall’Ue, quando la percentuale più alta dell’immigrazione l’anno scorso non è stata dall’Europa.

Stamani Farage inneggiava a un fantomatico “Independence Day”, ma già metteva le mani avanti sui famosi 350 milioni di sterline a settimana che la Gran Bretagna pompava a Bruxelles invece che nel Servizio Sanitario Nazionale. Uno dei suoi cavalli di battaglia, lo slogan stampato a lettere cubitali sul bus con cui ha girato il Regno Unito, alla prova dei fatti è una balla colossale.

E una balla colossale è anche questo radioso futuro fuori dall’Ue che i fautori del Leave hanno promesso alla gente. Da stamattina alle 6, quando il risultato è stato certo, la Gran Bretagna è diventata una Piccola Bretagna.  Ha votato Leave chi è ai margini della società e pensava di non aver niente da perdere. E si è sbagliato di grosso. Il risultato è che si è aperta una crisi di governo, la sterlina è già andata a picco (rendendo ogni inglese un po’ più povero), la Gran Bretagna che aveva una economia in crescita e il tasso di disoccupazione metà della media europea si appresta a entrare in un periodo di instabilità e di probabile recessione economica che non colpirà le odiate élite ma proprio il popolo.

Perché nel mondo globalizzato i soldi di muovono. E le élite spostano i soldi premendo un tasto di computer. Mentre gli operai di East Lindsay, che per il 70,7 per cento hanno votato Leave, non potranno spostarsi. Rimarranno lì, intrappolati nelle loro umide case, in un paese più povero, più isolato e la ricchezza si concentrerà ancora di più nella City degli Hedge Fund, dell’alta e spericolata finanza che ha votato in massa per il Leave, perché così potrà operare ancora più spericolatamente fuori dalle regole imposte dalla Bce e votare delle leggi che permetteranno ai grandi capitali di aggirare le normative fiscali con sempre più sofisticati sistemi di elusione (leggasi evasione fiscale legalizzata).

Ancora una volta sarà la festa di pochi e la disgrazia di molti. Ma sentiremo tutto il giorno e i giorni a venire lo strombazzare dei populisti (Farage, Le Pen, Salvini e compagnia urlante) che grideranno vittoria in nome di un popolo che invece viene gabbato e bastonato. La Piccola Bretagna, perché così dovremo chiamarla da ora in poi, diventerà un cittadella finanziaria sul modello di Singapore, Hong Kong. O peggio ancora come la Svizzera, dove il visto di ingresso verrà concesso a punti e ci sarà posto solo per un’immigrazione razzista, in base al conto in banca. Per i ricchi le porte saranno sempre aperte. A farne le spese sarà solo il popolo che ha votato pensando di danneggiare le élite.

In questo disastro c’è comunque una nota positiva. Vedere la democrazia al lavoro è sempre un bello spettacolo. Il popolo britannico ha votato e il premier Cameron, che sul Remain aveva messo la faccia, si è dimesso. Nonostante non lo avesse promesso prima del referendum e nonostante gli 84 parlamentari conservatori euroscettici gli avessero rinnovato la fiducia. Così funziona la democrazia. Violenta a volte, ma sempre grandiosa.