“Renzi deve pagare il mal governo della Capitale”. “Con le Unioni civili ci hanno deluso lui e Alfano”. “Prima ce li cresciamo e poi ci fanno le leggi contro”. Nelle parrocchie di Roma il prossimo sindaco della Capitale sembra già deciso. E il nome che più volte viene ripetuto di sagrestia in sagrestia è quello della grillina Virginia Raggi. Perfino tra i cardinali e i vescovi che lavorano nella Curia romana e che votano per il Campidoglio il gradimento per la candidata del Movimento 5 Stelle è pressoché unanime. Nei sacri palazzi non c’è nessuno che, naturalmente off the record, dichiara che voterà per il dem Roberto Giachetti.

Negli ultimi mesi, e soprattutto dal governo Marino in poi, la distanza tra il Campidoglio e il Vaticano è andata via via aumentando. E nella Città leonina ora puntano ad accorciare proprio quella distanza con l’arrivo del primo sindaco 5 Stelle. “È tempo di far capire a Renzi che la Chiesa non sta con lui”, sostiene convinto un vescovo che ricopre un ruolo di primissimo piano all’interno della Curia romana. “Devono pagare – aggiunge l’alto prelato – il mal governo di Roma soprattutto durante il Giubileo che poteva fare da volano a questa città. Devono pagare l’uso strumentale che vorrebbero fare della Chiesa quando conviene loro per poi dimenticarsene completamente quando devono approvare la legge sulle unioni civili”. Un altro vescovo, che non nasconde di aver sempre seguito con simpatia la linea politica di Angelino Alfano soprattutto dopo il divorzio con Silvio Berlusconi, aggiunge: “Ci ha deluso pure Alfano. L’attacco che ha fatto il cardinale Angelo Bagnasco al governo nell’ultima assemblea della Cei è sacrosanto. La famiglia non si tocca. Anche a costo di fare delle barricate”. “Prima ce li cresciamo noi – sottolinea un anziano parroco del Prenestino alludendo al passato da scout di Renzi – e poi ci fanno le leggi contro come quella sulle Unioni civili”. Al Vicariato di Roma un vescovo ausiliare chiarisce: “Non abbiamo nulla contro gli omosessuali, ma questi non sono nostri problemi. Noi abbiamo altre priorità. Chi vuole lavorare con noi deve offrire soluzioni concrete in favore della famiglia”.

In principio, proprio all’inizio della campagna elettorale, ci fu l’endorsement del Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin: “Cosa penso della Raggi? Le auguro ogni successo”. Un auspicio che potrebbe portare fortuna alla candidata 5 Stelle proprio grazie all’apporto decisivo dei voti controllati a Roma dalla Chiesa. Le parole del primo collaboratore di Papa Francesco, che qualcuno all’interno del suo staff cercò subito invano di ridimensionare, sono state anche un segnale del divorzio ormai acclarato tra la Santa Sede e il governo di Matteo Renzi.

Il rapporto tra Bergoglio e il Campidoglio non è mai stato felice negli anni della giunta guidata da Ignazio Marino nonostante quest’ultimo facesse di tutto per dimostrare il contrario tentando di incontrare più volte il Papa durante gli eventi pubblici e di abbracciarlo in favore di telecamere e fotografi per ostentare un rapporto di amicizia del tutto inesistente. A smascherarlo Urbi et Orbi furono due gesti eclatanti. Il primo la telefonata di Marino al Papa, alla vigilia della fine del primo Sinodo dei vescovi sulla famiglia, nell’ottobre 2014, con al centro anche lo spinoso problema dell’accesso alla comunione per i divorziati risposati. In quella conversazione l’allora sindaco voleva anticipare personalmente a Francesco la sua decisione di riconoscere 16 matrimoni di alcune coppie omosessuali registrati all’estero, anche se la legge italiana non lo permetteva. Ma in quella telefonata Marino parlò soltanto con il segretario particolare di Bergoglio, monsignor Fabian Pedacchio Leaniz, che comunicò all’inquilino del Campidoglio l’impossibilità di passargli il Papa impegnato nei lavori sinodali. L’indomani fu proprio Francesco a raccontare l’episodio ai vescovi presenti in aula facendo capire chiaramente che considerava quella telefonata una vera e propria presa in giro e commentando: “È proprio bravo il mio segretario”.

Ancora più clamoroso è stato il botta e risposta tra Francesco e Marino dopo il mancato incontro tra i due al meeting internazionale delle famiglie di Philadelphia del settembre 2015 dove, stando a quanto si affrettò a precisare il Papa con i giornalisti del seguito, l’allora sindaco di Roma si era imbucato: “Non l’ho invitato, chiaro? Non ho fatto niente e ho chiesto anche agli organizzatori e neppure loro l’hanno invitato. È venuto, si professa cattolico, è venuto spontaneamente, chiaro eh?”. Parole che suonarono come una vera e propria “scomunica” della Chiesa e alle quali Marino replicò attaccando direttamente Bergoglio: “Al posto del Papa io non avrei risposto a quella domanda”. Parole che infiammarono ancora di più lo scontro.

Ma non ci sono solo le colpe di Marino. Qualcuno ingenuamente credeva che dopo l’endorsement alle riforme costituzionali contenuto in un articolo pubblicato su La Civiltà Cattolica a firma di padre Francesco Occhetta, si potesse sostenere che la prima unione civile nata in Italia era proprio quella tra il Vaticano e il governo Renzi. Nulla di più sbagliato. Se da un lato è pur vero che le bozze della storica rivista dei gesuiti vengono riviste e approvate in Segreteria di Stato, dall’altro è ormai pubblica la divergenza di posizioni tra padre Occhetta e il direttore del quindicinale, padre Antonio Spadaro, quest’ultimo vicinissimo al Papa. Dopo l’incontro di Occhetta con il ministro per le Riforme costituzionali, Maria Elena Boschi, Spadaro si è affrettato a precisare: “L’incontro è di un membro della redazione a titolo del tutto personale e senza appoggio della rivista”. Una presa di distanza netta per non costringere Francesco a scendere direttamente in campo. Dopo aver “impallinato” Marino, il democratico Bernie Sanders (“Gli ho dato la mano e niente di più. Si chiama educazione e non mischiarsi in politica”) e il candidato repubblicano alla Casa Bianca Donald Trump (“Una persona che pensa soltanto a fare muri, sia dove sia, e non fare ponti, non è cristiano“), c’è chi pensa che l’affondo a Renzi potrebbe arrivare proprio dalla fumata bianca della Raggi al Campidoglio.

Twitter: @FrancescoGrana