Alla fine l’analisi più vera la fa alle tre di notte Piero Fassino. “Il voto riflette la crisi sociale delle grandi città: malessere, disagio, disaffezione”, dice il sindaco di Torino prima di ricordare che nelle sue periferie ci sono tante persone costrette a vivere con pensioni da 500, 600 euro al mese e i figli disoccupati a carico. Cittadini che, in una metropoli quasi orfana della Fiat, la ripresa da zero virgola non l’hanno ancora vista, ma la disoccupazione giovanile al 40 per cento, sì. Gente che quando sente il premier Matteo Renzi ripetere “l’Italia è ripartita” per poi dare del gufo a chiunque segnali anche un piccolissimo problema, pensa: “Ma questo ci sta prendendo in giro”.

Fassino, sia chiaro, il Presidente del Consiglio non lo attacca. Anzi quasi non lo nomina. Ma basta dare un’occhiata ai risultati delle quattro città più grandi per capire quanto sia stata cattiva l’idea di Renzi di nascondere con il refrain dell’ottimismo il troppo che ancora non va. Così a Roma il Pd di Roberto Giachetti vince solo in centro e ai Parioli, i quartieri più ricchi, e arranca in quelli popolari, tinti di giallo 5 Stelle. A Milano, invece, si arriva gridare “arridateci il puzzone” (Silvio Berlusconi) persino in zona nove, quella dell’operaia Niguarda, dove la sinistra dominava anche all’epoca del sindaco Letizia Moratti. E dove oggi il moderato Stefano Parisi pareggia con l’altrettanto moderato Giuseppe Sala, che però raccoglie voti tra i facoltosi residenti del centro storico e perde nella periferica Baggio.

Infine c’è Napoli. Con le sue miserie e suoi splendori. Nel Golfo il continuo andirivieni di Renzi e dei ministri, condito dagli stanziamenti miliardari per Bagnoli, è servito esclusivamente per far pensare agli elettori che qui il Pd, proprio come accaduto durante le primarie, il consenso lo sappia solo rimborsare. E Napoli, lo ha gridato il sindaco Luigi De Magistris, è stata derenzizzata.

Certo, sarebbe sbagliato dire che in tutta Italia va così. I Dem restano un partito forte. Radicato. Nei Comuni più piccoli, dove il tuo primo cittadino lo puoi davvero incontrare, fa il pieno. Ma oggi, se non fosse stato per il centro-destra diviso a Roma che ha permesso la rimonta di Giachetti- ricorda in tv il direttore de il Corriere della Sera, Luciano Fontana – staremmo parlando di debacle.

Proprio per questo però gli avversari politici di Renzi debbono evitare di pensare che la partita sia chiusa. A Milano come a Roma e a Torino si attendono i ballottaggi. Sala, il più renziano tra tutti i candidati, può ancora vincere, magari per il rotto della cuffia. In teoria ha pochi nuovi voti da pescare, ma nessuno sa in quanti milanesi andranno alle urne il 19 giugno con le scuole chiuse e molte famiglie già in vacanza. E non è nemmeno detto che a Parisi basterà tenere nascosti i suoi sponsor più ingombranti (Berlusconi e molti uomini di Roberto Formigoni) per ottenere qualche consenso da chi ha scelto i 5 Stelle. All’ombra della Mole, poi Fassino c’è. Eccome. E per la pentastellata Chiara Appendino non sarà semplice raccogliere i voti dei tanti anti Pd presenti all’ombra della Mole (gli elettori delle varie liste di centro-destra sono il 20 per cento, ma i loro campioni flirtano da sempre con il centro-sinistra). Giachetti infine mezzo miracolo lo ha già fatto. E non vede l’ora di renderlo completo.

Comunque vada però Renzi, dopo un primo turno come questo, una cosa la dovrebbe ricordare: dire la verità, pure se è difficile, è giusto e conviene. Non dileggiare chi dissente è poi obbligatorio. Perché per ora è premier. Di tutti gli italiani. Che in quanto cittadini meritano rispetto.