Forse siamo andati oltre. C’è come l’impressione che anche questo più che legittimo lamentarci di un anno infausto che si sta portando via, pezzo dopo pezzo, il mondo del rock stia diventando un cliché. Che il mondo dello spettacolo, spesso descritto come impietoso e pronto a metabolizzare qualsiasi cambiamento, abbia fatto di queste continue morti, alcuni magari anche prevedibili per questioni anagrafiche, vedi George Martin, o per questioni relative a vita e malattia, David Bowie su tutti, una sorta di genere a se stante. Ormai l’ossatura delle pagine di spettacolo sembrano dettate dalla camera mortuaria, per cui se ne prenda atto e si proceda in automatico, altro che Show Must Go On. In realtà ogni artista che scompare, che muore, diciamo le cose come stanno, si porta davvero via un pezzetto di noi, ma soprattutto mette in scena una tragedia, un lutto, come in genere le morti sono portate a fare.

Apprendere quindi dell’improvvisa morte di Nick Menza, ex batterista dei Megadeth, lascia attoniti. Per le modalità, un infarto lo ha colto mentre stava suonando con la nuova band, gli Ohm, su un palco di un locale di Los Angeles. Per l’età dell’artista, cinquant’uno anni, quindi tragedia nella tragedia.

Entrato nei Megadeth prima come tecnico della batteria, nel 1989, dopo l’abbandono di Chuck Behler, l’anno successivo, Nick viene assoldato da Dave Mustaine. Con i Megadeth ha inciso cinque album, compreso Rust in Peace, probabilmente il lavoro più amato del gruppo. Dopo questa esperienza, che lo ha visto protagonista di una delle band più amate e influenti del thrash metal, Menza lascia il gruppo e intraprende una carriera altrettanto nobile dietro le pelli. Il motivo per cui ha abbandonato il gruppo, in realtà, è slegato al mondo della musica. Saputo di avere un tumore, Nick si sottopose alle cure del caso, impossibilitato, nel mentre, a proseguire con le attività live e di studio.

Una volta guarito, però, riprende a suonare da professionista, prima entrando nei Memorain, e poi fondando la band degli Orphaned to Hatred. Ci sarà tempo anche per un album solista, datato 2002, dal titolo oggi quantomai sinistro, Live After Death. Una vita dietro le pelli della batteria, la sua. E proprio dietro le pelli, ieri, ha trovato la morte. Arrivati solo a terzo brano in scaletta, infatti, Nick Menza si è accasciato, mentre i suoi compagni proseguivano a suonare. Tutti i tentativi di rianimarlo sono stati vani, la morte è sopraggiunta immediatamente e, stando alle prime informazioni che circolano, si tratterebbe di infarto.

Morire sul palco, mentre si suona di fronte al proprio pubblico, anche se non è più quello delle grandi arene come ai tempi dei Megadeth, è forse il sogno proibito di ogni musicista. Andarsene nel momento in cui si sta mettendo in atto la propria arte. Certo che morire così giovani è sicuramente da considerarsi prematuro, e le dichiarazioni dei suoi colleghi sono appunto di chi resta senza parole, dal “Ditemi che non è vero” di Dave Mustaine al “Tutti sappiamo che fantastico e unico batterista Nick Menza fosse, ma era anche un amico fidato, un compagno di band divertente, così come un padre molto affettuoso. Sono più che triste, non me l’aspettavo per nulla. RIP fratello” del chitarrista dei Megadeth Marty Friedman. Con Nick Menza, quindi, scompare un altro piccolo pezzo della nostra storia musicale. E tutto questo succede nel 2016, anno terribile del rock. La terra ti sia lieve, Nick, grazie per la musica.