Grazie di cuore, Bruno Vespa: è anche per merito tuo, infatti, che aumenta il valore simbolico della nostra scelta di non avere in casa un televisore.

Devo confessare che ieri mattina, leggendo dell’intervista di Vespa al figlio di Riina, mi sono istintivamente chiesto se questo episodio fosse più un danno d’immagine per la Rai, o non piuttosto per Cosa Nostra. Ma come sono caduti in basso!, mi son detto. Poi mi è venuto in mente che l’anno scorso anche i Casamonica avevano “onorato” della loro presenza il salotto più famoso d’Italia. Dunque, c’era un precedente illustre: tutto a posto, allora.

Riina, Vespa finisce male. La Rai stavolta lo scarica

Lasciando da parte gli scherzi e le provocazioni, la vera questione è che i responsabili di tutto ciò non sono né il figlio di Riina, né Bruno Vespa, né i vertici Rai, né la Commissione Antimafia presieduta dall’ottima Rosy Bindi. I responsabili siamo noi.

Così come per vent’anni il potere di Berlusconi gli è stato liberamente conferito dagli italiani, il potere di Bruno Vespa gli è oggi conferito dai milioni di telespettatori che la sera, non avendo di meglio da fare, si fanno fare il lavaggio del cervello dal tubo catodico (o da quello che la tecnologia lo ha fatto diventare).

La questione è molto più “alta” e complessa di quanto sembri a prima vista e ha precisamente a che fare con i principi di autodeterminazione e, conseguentemente, di responsabilità diretta. La domanda è infatti tragicamente semplice: perché deve esistere un organismo – di qualunque tipo, colore e provenienza – che si prenda la briga di decidere cosa è giusto trasmettere e cosa è giusto oscurare? Se, paradossalmente, la puntata incriminata di Porta a Porta avesse fatto registrare uno share dello zero percento, credete che il Bruno nazionale – Bindi o non Bindi – ne avrebbe mai pianificata un’altra?

Chi al mondo può mai permettersi di decidere che cosa è giusto far ascoltare a quegli 1,2 milioni di italiani che hanno ascoltato le parole del figlio del boss di Cosa Nostra? Perché dobbiamo affidare al senso civico di alcuni librai il boicottaggio del commercio del suo libro? Anche qui: se nessuno lo acquistasse, pensate che la casa editrice di quel libro, alla prossima occasione simile, ne pubblicherebbe un altro?

Se ammettiamo a cuor leggero che un qualsiasi organismo di vigilanza o intermediario possa assumersi l’onere di questa decisione, la questione non sconfina nella censura, ma assai più gravemente nella presunzione di mancata autodeterminazione delle persone. Si ammetterebbe cioè implicitamente che qualcuno disponga di facoltà mentali che gli consentono di decidere autonomamente che cosa guardare, mentre ad altri questa possibilità sarebbe invece preclusa: da qui, dunque, l’esigenza di introdurre una qualsiasi infrastruttura che stabilisca cosa mandare in onda e cosa no, cosa pubblicare e cosa no, quale messaggio politico promuovere e quale no. Se ne ricordino, i sostenitori dell’estrema parcellizzazione del potere decisionale, che con eccessiva disinvoltura propugnano la democrazia diretta come soluzione all’emergenza di rappresentanza che affligge oggi l’intero Occidente: come dico (e scrivo) da tempo, senza un’accurata opera di sensibilizzazione sociale su una vera responsabilità diretta, la democrazia diretta rischia di diventare un’arma nucleare in mano ai terroristi.

Per questi motivi, credo che i veri responsabili dell’oscena puntata di “Porta a Porta” siano tutti coloro che, nell’anno del Signore 2016, si ostinano a tenere in casa un televisore, legittimando di fatto la presenza del più subdolo strumento che ha in mano il Potere per manipolarne i cervelli e dirottarne le preferenze su opzioni ad esso congeniali.

Marshall McLuhan, autore della celebre affermazione che “il mezzo è il messaggio”, sostiene che “una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti. Cedere occhi, orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privata o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre”.

Pensateci: perché subappaltare a un filtro la bellezza dei nostri sensi? E non mi si replichi che chi possiede le facoltà per decidere cosa guardare e cosa no in televisione, sia per questo anche dotato delle contromisure intellettive per non farsi manipolare da questo tipo di media. Perché, non me ne si voglia, ma non è così: chi ne conosce a fondo il funzionamento, chi studia e gestisce i meccanismi del neuromarketing (solo per citare una tendenza in atto) è perfettamente e segretamente in grado di condizionarvi nella scelta di cosa sia giusto e cosa sia sbagliato… preferire. Quante opinioni avete sentito in televisione, per esempio, volte a condannare un sistema giuridico-economico che ha consentito a un criminale climatico come l’ex AD di Volkswagen, Martin Winterkorn, di uscirsene indenne dallo scandalo delle emissioni della casa automobilistica tedesca, con una buonuscita di 33 milioni di euro? E quante pubblicità delle casa automobilistica tedesca siete invece costretti a vedere ogni sera in televisione, facendovi apparire questa cosa normale?

Avevo iniziato questo post con l’intenzione di spiegare come lunedì scorso – primo giorno utile per farlo – io sia riuscito ad autocertificare sul portale “Fisco on Line” dell’Agenzia delle Entrate il mio mancato possesso di un apparecchio “atto o adattabile, etc…”. Mi sarebbe piaciuto raccontarvi dei cavilli telematici per ostacolare la procedura. Caso strano, proprio da questa settimana l’accesso al portale richiede, oltre che username e password, anche il codice pin comunicato dall’Agenzia chissà quando, metà via mail e metà per posta ordinaria. Per non parlare delle ossessive minacce sanzionatorie a cui si andrebbe incontro in caso di dichiarazione mendace (si sconfina nel codice penale, occhio). Ma non ve ne parlo, mi dispiace. Perché queste mie indicazioni andrebbero in stragrande maggioranza a beneficio di chi, pur possedendo l’assurdo marchingegno, vorrebbe evaderne l’odiata tassa, ottenendo in tal modo due grandi risultati: risparmiare cento euro, ma soprattutto il beneficio quasi inconscio di sentirsi a pieno titolo iscritti nel club dei furbetti. Mi spiace, amici: la soluzione non è liberarsi del canone, ma liberarsi del televisore.