Un “harakiri” in piena regola quello che si è consumato a Vicenza. Tradendo tutto il suo nervosismo per l’imminente aumento di capitale e per la quotazione in Borsa, la Banca popolare di Vicenza ha scritto alla Rai chiedendo di rimandare la messa in onda della prossima puntata di Report poiché “riteniamo sussista il concreto rischio che i contenuti trattati e le informazioni veicolate attraverso la trasmissione possano facilmente prestarsi a essere interpretati in modo distorto o errato dal pubblico e interferire quindi con le scelte che i soci della banca e gli altri investitori saranno chiamati a compiere nel mese di aprile in merito alla partecipazione all’aumento di capitale e, di riflesso, con lo svolgimento, l’esecuzione e l’esito di una operazione di rafforzamento patrimoniale”.

Un’evidente follia: un istituto al centro di un colossale scandalo bancario, che ha distrutto ricchezza per miliardi di euro e ridotto sul lastrico tanti suoi piccoli azionisti, pretende pure che non se ne parli in tv nel momento in cui chiede al mercato la bellezza di 1,75 miliardi di euro per ripristinare i coefficienti patrimoniali. La miglior risposta non è venuta da Report e dalla Rai, che pure confermano la regolare messa in onda del programma domenica 10 aprile, bensì dagli analisti finanziari che hanno fatto delle valutazioni sulla Popolare di Vicenza in vista dell’aumento di capitale e dello sbarco a Piazza Affari dei titoli. Un giudizio piuttosto duro – che tecnicamente si potrebbe definire “fuoco amico” – viene da Mediobanca, istituto di cui è primo azionista Unicredit, cioè la banca che da sola garantisce il maxi-aumento della Vicenza. Gli analisti di Piazzetta Cuccia, non solo hanno tagliato del 17% le stime degli utili al 2018 rispetto alle previsioni della Popolare di Vicenza, ma ne danno una valutazione compresa tra 1,1 e 1,6 miliardi di euro, compresi gli effetti dell’aumento di capitale che la banca si appresta a lanciare. Una valutazione, cioè, che rischia di essere di gran lunga inferiore a quanto oggi viene chiesto al mercato.

E questo senza considerare i rischi legali e di liquidità che gli analisti giudicano “non quantificabili” in questa fase. Purtroppo lo studio non è stato reso pubblico in tutti i suoi dettagli perché è riservato a una platea selezionata di investitori istituzionali, ma dal poco che è dato a sapere pare di capire che l’aumento di capitale non sia proprio un buon affare, a meno che le azioni non vengano offerte a un prezzo davvero stracciato. A mettere in discussione le proiezioni di utile del management dell’istituto vicentino sono anche gli analisti di Kepler Cheuvreux, secondo cui l’utile 2018 si attesterà a 87 milioni di euro e nel 2020 a 187 milioni.

Non si tratta solo di stime più prudenziali rispetto a quelle della Vicenza: si tratta di un taglio del 56,9% sul 2018 (87 milioni contro 202) e del 39,4% sul 2020 (187 milioni contro 309). Una differenza enorme che induce a riflettere, e molto, sui presupposti che sono alla base del piano industriale della banca, tanto più in una fase così difficile anche per via della pressione sui margini esercitata dai tassi d’interesse negativi. Tra i rischi messi in evidenza da Kepler Cheuvreux, vi sono – oltre all’esecuzione stessa dell’aumento di capitale – le difficoltà di recupero della fiducia dei clienti, con i relativi impatti sulla raccolta e sul business bancario, e le azioni legali. Non si tratta di un buon viatico un’operazione che, peraltro, matura in un periodo molto difficile per i mercati e che rischia di essere accolta molto freddamente, nonostante l’ottimismo di maniera sparso a piene mani dal garante dell’operazione, l’amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni.

Che le cause risarcitorie rappresentino un rischio molto concreto per il rilancio dell’istituto ne sono tutti consapevoli e a Montebelluna, dove i “cugini” di Veneto Banca si trovano ad affrontare problemi simili a quelli della popolare di Vicenza, il management ha provato a giocare d’anticipo lanciando l’idea di una conciliazione paritetica per definire le controversie su bond e azioni dell’istituto. Veneto Banca intende insomma verificare se le associazioni dei consumatori più rappresentative siano disposte ad affrontare insieme all’istituto la strada di una risoluzione stragiudiziale delle controversie, che consentirebbe ai clienti di ottenere un ristoro in tempi molto più brevi rispetto a quelli della giustizia ordinaria e senza sostenere costi.

La conciliazione paritetica punta a risolvere le controversie attraverso il confronto tra due conciliatori (uno nominato dalla banca, l’altro dalle associazioni dei consumatori) che propongono alle parti un accordo transattivo, che non è comunque vincolante per le parti: se non si è soddisfatti, si può tranquillamente lasciar cadere la proposta di rimborso e tutelare i propri diritti in sede legale. Una mossa volta a recuperare la fiducia della clientela: “Nel corso dell’assemblea di dicembre – ha detto il presidente di Veneto Banca, Pierluigi Bolla – abbiamo sottolineato la nostra determinazione a voler affrontare e risolvere le rimostranze ereditate dal passato, riconoscendo la massima attenzione e tutela per i clienti, anche attraverso il dialogo e la collaborazione con le associazioni dei consumatori”. Basterà? Difficile a dirsi, ma è sicuramente un primo positivo passo compiuto prima di chiedere altre risorse agli azionisti e al mercato. Una captatio benevolentiae che a Vicenza non è venuto nemmeno in mente di fare, con il risultato che la strada ora è tutta in salita.