Beppino Englaro è frastornato, vorrebbe non parlarne più. Scorre le 17 pagine della sentenza con cui la terza sezione del Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia ha condannato la Regione ad un risarcimento di poco meno di 150 mila euro per l’ostruzionismo perpetrato nei confronti della volontà di Eluana. Centellina le parole, Beppino, e poi va a pagina 15, gira il documento e con il dito indica i capoversi del documento che riassumono un  quarto di secolo della sua vita.

Alberto Di Mario, Antonio De Vita e Valentina Santina Mameli nell’atto del Tar infatti scrivono: “In ragione di ciò la vita familiare, già sconvolta da fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita, è stata ulteriormente turbata dall’ostruzionismo della Regione Lombardia: si è impedito quindi al ricorrente di dare seguito alla volontà della figlia di non continuare a vivere quello stato di incoscienza permanente, essendo stata accertata con le più volte citate pronunce giurisdizionali – rese sia in sede civile che amministrativa e passate in giudicato – l’incompatibilità di uno stato vegetativo con lo stile di vita e i convincimenti profondi riferibili alla persona, correlati ai fondamentali diritti di autodeterminazione e di rifiutare le cure”.

Englaro si sente esausto, oggi forse più di allora quando il suo obiettivo di vita era il rispetto della volontà della figlia. “Oggi per me è la fine dell’inizio – dice – non ho più niente d’aggiungere. L’ho dichiarato anche alcune settimane fa durante un convegno che si è tenuto alla Camera dei deputati. L’ho spiegato anche a voi del Fatto Quotidiano nella video intervista in cui mi chiedevate conto della possibilità che una futura legge possa portare il nome di Eluana. Oggi questa sentenza aggiunge qualcosa in più rispetto ad eventuali percorsi di altri cittadini, ma alla nostra famiglia non aggiunge niente”. Poi prosegue: “All’apice della nostra storia fu sollevato persino un conflitto di attribuzione con la Corte suprema di Cassazione. La risposta di Vincenzo Carbone –  primo presidente – fu esemplare perché sottolineava come il massimo organo non aveva alcun modo travalicato il proprio specifico compito di rispondere alla domanda di giustizia del cittadino”.

Alla domanda se sia stato giusto che la Regione Lombardia abbia impedito in tutte le strutture lombarde, il governatore Roberto Maroni risponde: ” Non ho preso io quella decisione, ci sarà tempo per valutare quello che è successo. Vedremo”. Inoltre conferma di aver chiesto ai suoi uffici competenti se ci siano le condizioni per un ricorso al Consiglio di Stato. La decisione verrà presa lunedì, in Giunta.

Il nuovo passaggio del Tar lombardo intanto sancisce che Beppino, come padre aveva diritto a essere risarcito dei danni materiali e morali. Perché, “a fronte di un decreto della Corte d’Appello di Milano contenente l’ordine di eseguire la prestazione richiesta”, ossia di sospendere le cure inutili e non accettate, ” la Regione (allora governata da Formigoni) si era rifiutata deliberatamente e scientemente di darvi seguito, ponendo in essere un comportamento di natura certamente dolosa”.

La sentenza specifica: alla cifra del risarcimento si arriva conteggiando diverse voci, tra cui la “quantificazione del danno alla lesione del rapporto parentale (…) va considerata rilevante la circostanza della natura dolosa del rifiuto regionale, che ha reso ancora più gravosa la condizione esistenziale del ricorrente” e dunque del padre Beppino, “reputandosi pertanto equo liquidare allo stesso la somma di centomila euro”, più ancora 30mila per la lesione dei diritti (il conteggio tiene conto di eredità e altro) di sua moglie Saturna, che Beppino ha recentemente perso.

e.reguitti@ilfattoquotidiano.it