Ancora un cedimento strutturale, ancora un balcone che crolla in una delle casette antisismiche sostenibili ed ecocompatibili del Progetto C.a.s.e., a L’Aquila. E questo a ridosso dal settimo anniversario del terremoto, che causò 309 morti e più di 1500 feriti. È accaduto domenica mattina intorno alle 8 nel complesso di Cese di Preturo, già interessato da un altro crollo nel settembre 2014 (nella foto) che provocò il sequestro del condominio e dell’intera area e l’avvio di un’inchiesta della magistratura. Un balcone in legno al terzo piano è imploso, precipitando al livello sottostante. Spaventato dal forte rumore, se n’è accorto e ha dato l’allarme un residente che passeggiava col cane. Stavolta a cedere è stata la cosiddetta piastra 20, mentre 19 mesi fa l’incidente coinvolse la dirimpettaia numero 19. E qualche mese prima si era sfiorato il dramma in un’altra casetta, a Bazzano: si staccarono cinque lastre di metallo pesanti trenta chili l’una, piombando in strada.

Il balcone franato e quello colpito domenica mattina sono stati trasferiti nell’autoparco del Comune dell’Aquila. Un tassello in più nell’inchiesta in corso per il precedente crollo del 2014, per cui sono indagate 37 persone: la Procura potrebbe decidere a breve se chiedere il rinvio a giudizio. Sono imprenditori, progettisti e collaudatori, tecnici e dirigenti comunali che hanno partecipato a vario titolo alla realizzazione del Progetto C.a.s.e cui vengono contestati i reati di frode nelle pubbliche forniture, truffa aggravata ai danni dello Stato, falso in atto pubblico.

L’indagine ha condotto al sequestro di circa ottocento balconi nelle frazioni aquilane di Sassa, Arischia, Cese di Preturo, Collebrincioni e Coppito. Ultimamente è stato aperto un filone-bis relativo ai funzionari del Comune. La domanda al centro dell’accertamento giudiziario è sempre la stessa: con che tipo di materiali e accorgimenti tecnici vennero effettivamente costruite quelle 185 “c.a.s.e.”, quei 4500 appartamenti delle new town assegnati in via temporanea a 15mila cittadini aquilani che avevano avuto la loro casa distrutta o inagibile? Alla luce dei fatti di una cronaca che per miracolo non è diventata nera, appare sempre più difficile scacciare i sospetti sulle casette-simbolo della “ricostruzione in tempi record” berlusconiana. “Veri e propri quartieri con case circondate dal verde, dotate di tutti i servizi, progettate con i più avanzati criteri di sostenibilità e realizzate in legno lamellare, calcestruzzo precompresso, laterizi o metallo isolato termicamente” c’è scritto a tutt’oggi sul sito della Protezione Civile.

Costate un miliardo (più del loro valore di mercato), complete di arredi e “di durevole utilizzo”, la prima consegna risale al 29 settembre del 2009: ci pensò l’ex Cavaliere in persona, a favor di telecamere nel giorno del suo compleanno. Dal 31 marzo 2010 la loro gestione è passata al Comune dell’Aquila, che ha poi ricevuto migliaia di richieste di manutenzione ordinaria e straordinaria, soprattutto per problemi di infiltrazione d’acqua. Intanto la popolazione del progetto C.a.s.e. ha cominciato a scendere, visto che molti sono rientrati nelle loro abitazioni ristrutturate. Resta però l’incognita di cosa farne in futuro di queste casette travagliate, si sospetta malcostruite e onerose da mantenere. Residenze per studenti o sistemazioni turistiche come propone il Comune dell’Aquila; un Campus universitario come ipotizzato dai vertici della Regione; o demolirle tout-court?