Alla fine la toppa sembra peggio del buco. Perché non è bastata l’assunzione di ‘responsabilità’ da parte dei due vice segretari del Pd, Lorenzo Guerini e Debora Serracchiani (nella foto), sull’indicazione di astensione al prossimo referendum anti-trivelle a spegnere la rabbia e le polemiche esplose all’interno del partito. Questione di merito, ma nel caso specifico, anche di metodo. Sintetizzata alla perfezione dalla domanda posta da Roberto Speranza: “Come e dove sarebbe stata assunta questa scelta?”. E alla quale la risposta dei due vice di Renzi non ha convinto più di tanto.

SEGRETERIA IN CONFUSIONE – Perché se nel partito ne erano all’oscuro, anche tra i vertici del Nazareno più di qualcuno, ieri, è caduto dalle nuvole. “Francamente non ne so niente”, ha detto, preso alla sprovvista, un autorevole esponente della segreteria dem a ilfattoquotidiano.it. Salvo poi correggere la rotta, via sms (“no, no, decisione ufficiale della segreteria del Pd”), quando con una nota ufficiale Guerini e Serracchiani hanno messo la firma (postuma) sulla “decisione presa come vicesegretari”. Che non è bastata a bloccare le fibrillazioni innescate, peraltro, da una singolare circostanza. Quella cioè di aver appreso, come denunciato dallo stesso Speranza, della scelta dal sito internet dell’Autorità garante per le comunicazioni (Agcom) e non dai canali ufficiali del partito. “Partito democratico (Astensione). Lino Paganelli”, recita il documento – contenente l’elenco delle richieste di accesso alle tribune politico-elettorali sulle tv private in vista del referendum – disponibile sul portale dell’Authority. Con la ‘firma’ dello storico dirigente del Nazareno già organizzatore delle feste dell’Unità. Che, contattato dal nostro giornale, ha confermato: “Sì, sono stato io a trasmettere il documento all’Agcom visto che nel partito svolgo una funzione di coordinamento, ma riguardo la provenienza della decisione di schierarsi per l’astensione la nota dei due vice-segretari mi pare chiara. Non c’è nulla da aggiungere”.

ASTENSIONE NEL MIRINO – Tra i bersaniani, la replica di Miguel Gotor è durissima. “La segreteria del partito non si riunisce da questa estate e i canali di discussione sono ostruiti”, ricorda. “Non è una questione formale ma di merito: su un tema come il referendum una comunità politica si confronta coinvolgendo al massimo i suoi iscritti e le varie istanze direttive – aggiunge il senatore della minoranza dem –. Non è possibile apprendere la posizione ufficiale del partito da un comunicato dell’Agcom”. Una posizione, peraltro, contestata nel merito anche da Davide Zoggia: “O decidi per il sì o decidi per il no. Boicottare la consultazione dando l’indicazione di astenersi è una scelta scorretta che crea un danno dal punto di vista della percezione dei nostri elettori – spiega il deputato della sinistra interna –. A maggior ragione tenuto conto che 7 delle 9 regioni chiamate al referendum sono guidate da governatori del Pd che, su questo tema, si sono schierati apertamente per lo stop alle trivelle”.

DIREZIONE SCAVALCATA – Ma è anche sul metodo che, dietro le quinte del Nazareno, si sta consumando lo scontro più duro. Innescato anche in questo caso dal tandem Guerini-Serracchiani che, nella loro dichiarazione congiunta, hanno rinviato alla direzione del Pd di lunedì prossimo per la ‘ratifica’ della posizione espressa in qualità di vicesegretari. “Non solo è stata presa una decisione sbagliata nel merito perché considero l’astensione come la negazione della politica – accusa un altro autorevole esponente della minoranza dem che preferisce l’anonimato –. Ma si è arrivati al punto di trattare la direzione nazionale del partito come un organo di ratifica di una decisione non solo già presa ma addirittura già attuata perché, prima di sottoporla alla discussione della direzione stessa, è stata già comunicata nel frattempo all’Agcom”. Ma cosa prevede al riguardo lo statuto del Pd? Le definizioni sono eloquenti: se la segreteria nazionale “è l’organo collegiale che collabora con il segretario ed ha funzioni esecutive”, la direzione è “organo di esecuzione degli indirizzi dell’assemblea nazionale ed è organo d’indirizzo politico”. E l’ultima battuta raccolta a Montecitorio, da un onorevole della sinistra dem tra i divanetti del Transatlantico, sintetizza alla perfezione l’ennesima giornata ad alta tensione: “C’è qualcuno che ha il coraggio di sostenere che il referendum non sia un atto di indirizzo politico?”.

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