Dopo quello che sta accadendo all’interno della coalizione di centrodestra è ormai evidente che il cammino per il candidato sindaco pentastellato nella Capitale è tutto in discesa, e tuttavia un piccolo sassolino nell’ingranaggio perfettamente lubrificato potrà forse metterlo l’impugnazione della espulsione di tre attivisti romani, espulsi in occasione delle “comunarie”, che proprio nel pomeriggio di ieri hanno deciso di rivolgersi alla magistratura ordinaria per far valere i loro diritti. Pare che un gruppo più consistente di attivisti napoletani intenda nei prossimi giorni muoversi in modo analogo. È la prima volta che questo succede. Nonostante le numerose espulsioni di attivisti in tutto il Paese, sinora tutto era rimasto interno al Movimento e nessuno aveva deciso di rivolgersi alla magistratura. La matassa che il giudice dovrà dipanare non è facile. Ma ci sono alcuni elementi su cui vale la pena sin da ora di riflettere.

Beppe Grillo

Le espulsioni in questione sono state disposte in violazione di quanto dispone l’art. 24 del Codice civile, il quale riserva all’assemblea degli associati il potere di escludere gli iscritti, laddove sussistano “gravi motivi”. La circostanza che la procedura di espulsione ricalchi quanto previsto dal Regolamento pubblicato sul blog beppegrillo.it il 23.12.2014 è in punta di diritto irrilevante sotto diversi profili, ma in primo luogo in quanto il patto associativo degli iscritti è regolato dal Non Statuto e questo non può essere modificato che con l’accordo degli associati; la promulgazione d’imperio del Regolamento 23.12.2014 sul blog di beppegrillo.it non è dunque idonea a modificare, trattandosi di modifica unilaterale, le regole della vita associativa del Movimento 5 Stelle, così come risulta dalle disposizioni contenute nel Non Statuto e nel Codice civile.

Tale Regolamento, non essendo stato elaborato e deliberato nelle forme di legge, dovrebbe pertanto essere considerato giuridicamente inesistente o quanto meno nullo, con conseguenze che potrebbero andare molto al di là del caso concreto. Infatti nell’incipit del comunicato del 23.12.2014 si legge: ”Il M5S è obbligato a depositare un Regolamento che ne attesti alcune modalità operative in particolare con riferimento alla cosiddetta democrazia interna (molte già esistenti) entro il 28 dicembre 2014. Non ottemperarvi potrebbe portare a contestazioni sulla possibile partecipazione a elezioni politiche”. Ora è ovvio che se questo Regolamento fosse dichiarato dal Tribunale inesistente o nullo, questo avrebbe conseguenze dirompenti. In secondo luogo i ricorrenti avranno buon gioco a mostrare che la carica di “capo politico del Movimento” cui fa riferimento il Regolamento in questione nell’indicare l’organo dotato dei poteri di espulsione, non è prevista dal Non Statuto, così come non son previste le modalità della sua elezione e non risulta comunque sia mai stata effettuata una votazione per la nomina del “capo politico del Movimento”.
E ancora: i provvedimenti di espulsione sono stati comunicati “in nome e per conto di Beppe Grillo”, da un’entità, “lo staff di Beppe Grillo”, che non solo non è contemplata dal Non Statuto, ma che è di impossibile configurazione giuridica.

Nel merito, inoltre, i ricorrenti avranno facilmente modo di contestare la assoluta infondatezza di quanto addebitatogli, rilevando peraltro che le accuse mosse sono state formulate in modo talmente generico da non consentire comunque un’adeguata difesa e ciò in violazione dei principi di correttezza e garanzia del contraddittorio, in una procedura che ha valorizzato esclusivamente le “segnalazioni” fatte allo staff e coperte da anonimato.

Insomma, neppure il M5s può mettersi al di sopra delle leggi. E ci sono molte cose che restano da chiarire sul modo in cui funziona internamente questo nuovo partito, in violazione dello stesso Non Statuto su cui si era fondato.