Il XXX convegno delle Acli milanesi ci ha mostrato il primo confronto tra i tre candidati alla carica di sindaco di Milano. Seri manager in grisaglia, abituati al power point, ai fogli excel, ai grafici, faticano a trovare una loro distintività sulle materie di pubblico interesse: welfare, trasporti, sicurezza, periferie abbandonate, privatizzazioni… L’offerta per gli elettori, unica al momento per la rinuncia di Patrizia Bedori del Movimento 5 Stelle, esprime la duplice difficoltà della politica ad alimentare le cariche pubbliche e del sistema economico italiano nell’offrire opportunità a manager capaci.

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Nonostante Lucio Presta, il manager dei vip, candidato a Cosenza con l’appoggio del Pd, dichiari che l’esperienza di manager è un buon viatico per gestire una città, le evidenze sono contrarie. Il management ha goduto nel nostro, come in altri paesi, di una visibilità e di un fascino sociale senza pari. Le figure di Sergio Marchionne o di Luca Cordero di Montezemolo sono diventate popolari sui mass media. Dal dopoguerra il dirigente è stato simbolo del progresso economico, dell’efficienza, del merito, in particolare se opera nelle imprese private. E’ grazie a questa narrazione che Silvio Berlusconi ha potuto presentarsi con il “manifesto del buon governo”. Lui e gli altri esponenti che Forza Italia portava in Parlamento (dirigenti, pubblicitari, avvocati d’impresa, imprenditori) si candidavano a gestire il paese vantando la capacità di fare bene e in modo efficiente. L’equazione era semplice ed accattivante: siamo stati capaci di gestire un’impresa, saremmo capaci di gestire la cosa pubblica. Si è visto il risultato!

Giuseppe Sala, Stefano Parisi, Corrado Passera sono manager di valore unanimemente riconosciuti. Guardandoli da vicino, senza far torto agli altri due, tuttavia si può osservare che il vero top manager è stato Passera, forte dell’ esperienza con Carlo De Benedetti in Olivetti e capo azienda di due delle nostre poche grandi imprese: Banca Intesa di cui curò il traghettamento post-fusione San Paolo e Intesa; e Poste Italiane che trasformò in un gruppo diversificato, facendone la prima compagnia nell’assicurazione Vita e un temibile avversario delle banche con Banco Posta. Il valore creato, e non certo il servizio postale, ha consentito al governo di quotarla con successo. Perciò, se dovesse essere scelto per guidare una grande impresa sarebbe lui ad avere maggiori chances all’interno della rosa. Il largo svantaggio attribuitogli dai sondaggi è un indizio che ricoprire la carica di sindaco non è un mestiere uguale a dirigere un’azienda e richiede sensibilità e competenze diverse. Una differenza di genere che i manager accorti conoscono bene, come Paolo Scaroni (Enel, Eni, Borsa di Londra…) che ha subito escluso in termini perentori una propria disponibilità alla candidatura.

Il punto è che il mestiere del dirigente è quello di realizzare un progetto a favore di pochi azionisti, mentre la politica è la scienza e l’arte dei fini per il bene collettivo di molti, i cittadini. I manager hanno sempre evitato di farsi carico degli obiettivi ultimi, delle grandi scelte, preferendo indossare i panni di agente dell’azionista per una loro esecuzione puntuale, almeno quelli bravi. In questo modo si autoassolvono dalle decisioni spiacevoli come ridurre l’occupazione o de-localizzare le lavorazioni di una fabbrica.

Puntare esclusivamente su questa categoria le speranze di migliorare la gestione e il futuro della cosa pubblica è ingannevole e può risultare deludente. Possibile che nella società milanese manchino figure alternative per una gara più articolata?