Via al voto per il rinnovo del parlamentino dell’Anm il cui esito da qui a pochi giorni incoronerà il nuovo presidente e il nuovo segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati. Le toghe sono in fermento, come dimostra l’esito e l’affluenza alle urne registrata a gennaio per la consultazione referendaria, la prima nella storia della categoria, su ferie, carichi di lavoro, attività di supplenza e copertura assicurativa per la responsabilità civile. Dal 6 all’8 marzo – si è detto –  il voto per i vertici del sindacato per i prossimi quattro anni. Ad aprile infine i magistrati saranno di nuovo chiamati ad esprimersi per rinnovare i consigli giudiziari.  Anche la decisione di non percorrere la strada dell’election day è stata fonte di dibattito e di polemica, accanto ad altri temi di metodo, e più spesso di merito, che vanno dalla questione morale alle ferie, dai carichi di lavoro alla questione più in generale dei rapporti con il governo. In discussione, per la prima volta, appare il ruolo stesso del sindacato che passa anche dalla gestione della cassa comune. E sì. Perché l’ultimo direttivo di febbraio prima dell’addio al ticket guidato oggi da Rodolfo Sabelli (presidente dell’Anm in quota Unicost) e Maurizio Carbone (segretario generale, espressione di Area)  è stato l’occasione di una resa dei conti in tutti i sensi. Altro che convenevoli.

Un antipasto del resto c’era già stato due mesi fa, come testimonia il clima rovente registrato anche nel corso del Comitato direttivo del 12 dicembre. Che ha fissato le date delle consultazioni, tre in quattro mesi. Lo spacchettamento degli appuntamenti elettorali, seppure di natura obiettivamente diversa, ha fatto gridare un consigliere (Andrea Reale, ndr) al tentativo di “boicottaggio dei referendum”. E a  quei “vizi genetici dell’Anm che la condanneranno a morire”. Ma anche ‘Magistratura Indipendente’, la corrente che, pur avendo inizialmente 11 eletti, è rimasta fuori dalla rappresentanza della giunta in scadenza, è sul piede di guerra: denuncia una gestione associativa “non attenta ai problemi concreti degli iscritti”. E si candida apertamente a ribaltare i rapporti di forza nel sindacato saldati attorno all’asse Unicost-Area che esprime complessivamente 24 eletti del totale dei 36 consiglieri del parlamentino. Per i candidati di Autonomia e Indipendenza l’esito referendario su cui sono stati fortemente impegnati potrebbe essere addirittura un balsamo miracoloso: si punta direttamente alla presidenza, con un candidato di peso, Piercamillo Davigo (nella foto), uno dei protagonisti della stagione di Mani pulite. Il programma è costruito attorno allo scontento delle toghe per la mancata reazione dell’Anm al duplice colpo assestato dal governo su riduzione delle ferie e responsabilità civile dei magistrati: “Vogliamo un’Anm che non abbia paura di protestare”.

Il successo registrato sui referendum ha colto di sorpresa sia i centristi di Unicost che la coalizione di sinistra di Area che avevano invitato i magistrati a disertare le urne su quesiti “mal posti”. O, al limite, a votare no. Alla fine sono andati alle urne in oltre 4.200, poco meno della metà degli aventi diritto al voto. Elemento ancora più significativo è il segnale che hanno mandato: in tutti e quattro i quesiti, seppure con sensibili differenze, l’esito è stato quello che impone, almeno politicamente, un cambio di rotta all’Anm. Persino sulle spese di assicurazione che aumenteranno con la nuova legge sulla responsabilità civile: i magistrati vogliono che una parte del contributo versato dai soci per l’adesione al sindacato (che non ha ritenuto di scioperare contro la nuova legge del governo) sia impiegato per coprirne l’aumento. Parrebbe una questione minore, ma dietro questo quesito c’è molto di più dei circa 3 euro e 50 (la spesa di una colazione al bar, ha detto Rodolfo Sabelli), cifra entro cui è stato contenuto l’aumento del premio assicurativo.

Nel mirino dei critici dell’attuale vertice c’è infatti anche la gestione dei conti dell’Anm secondo alcuni troppo sbilanciata verso le attività di rappresentanza istituzionale e molto meno attenta allo status dei singoli associati e alla condizioni di lavoro. Come nel caso dei congressi: l’ultimo tenuto a Bari è costato 380 mila euro, una discreta cifra specie se paragonata alle poche centinaia di euro che sarebbero bastate per organizzare le consultazioni telematiche invocate da molti associati. Non era la prima volta che all’Anm si litigava sulle spese e sull’impiego delle risorse, fortemente difesa dal presidente Sabelli nell’ultimo direttivo di febbraio. Lui non si è ricandidato. Ma la corrente a cui appartiene è per tutti l’avversario da battere, o quanto meno da ridimensionare da chi chiede discontinuità. Unicost, da parte sua, rivendica, nell’appello agli elettori, l’importanza del ruolo svolto dall’Anm a difesa della magistratura che ha subito negli ultimi 20 anni “attacchi di violenza mai conosciuta prima. Eppure è riuscita a superare contrasti laceranti. Forse si poteva fare di più, certamente poteva accadere di peggio”. E la questione morale? Il 2015 è stato un anno horribilis per le toghe se si pensa solo al caso Palermo. Sorprendentemente però ci si divide nell’analisi del fenomeno e nelle misure per contrastarlo: per alcuni si tratta di poche mele marce da punire anche con l’espulsione  dall’Anm (non appena verranno messe a punto nuove regole che consentano di farlo). Per altri come nel caso di Area va introdotta la possibilità di revocare i magistrati preposti ad incarichi direttivi in caso di omessa o insufficiente vigilanza. Ma su questo è rimasta sola.