Stavolta Ferruccio de Bortoli non ha scomodato la massoneria. Non ha tacciato neppure Renzi di avere una “personalità ipertrofica”, come in passato. Ha osato però muovere una serie di critiche sulle riforme istituzionali del governo innescandone la pronta reazione, per mano di Maria Elena Boschi. Il Ministro per le riforme scrive una lunga replica nella quale si tiene però alla larga dalle criticità sollevate, con compostezza, dall’ex direttore del Corriere. Al più, piccata, lo invita a “non banalizzare la riforma della legge elettorale”.

L’editoriale di de Bortoli non è un intervento a gamba tesa: parla della disaffezione degli elettori, auspica che “dopo esserci occupati a lungo degli eletti, ora si pensi un po’ alla salute democratica degli elettori”. A seguire, una guida ragionata sui motivi del “fossato che divide istituzioni ed elettori” e dei punti deboli e forti delle riforme con le quali la politica ha attrezzato la sua risposta. Dalla disamina esce un quadro di incognite aperte, di rimedi incerti e dubbi irrisolti. Il tutto mentre il “processo riformatore” si avvia a conclusione, con l’ultimo voto alla Camera e poi il referendum di ottobre. Da qui, l’urgenza di fare il punto.

De Bortoli parte dunque dal nuovo quadro istituzionale disegnato dalla riforma, rilevando che un Senato delle Regioni non più elettivo, per quanto semplifichi e renda più efficiente il processo di decisione della politica, “non si avvicina al cittadino, non lo rende protagonista”. Anzi, ne aumenta la distanza. L’Italicum, poi, darà stabilità ai governi, ma con il premio di maggioranza, i capilista bloccati e le candidature plurime “non si può dire sia un caposaldo della democrazia rappresentativa”. Argomenti del tutto simili a quelli usati da Gustavo Zagrebelsky nel suo “manifesto per il no” alla riforma pubblicato oggi sul Fatto Quotidiano. Debortoli cita espressamente il giurista, insieme all’opinione di altri  critici verso la “regressione oligarchica”, come il filosofo-politico Stefano Petrucciani. De Bortoli, si capisce, non pretende di sedere sul muro che hanno eretto, ma fa sapere che ne condivide le ragioni di fondo, seppur tra “qualche esagerazione”.

Il timore espresso dall’ex direttore è che le riforme finiscano per aumentare l’estraneità del cittadino, certificando l’irrilevanza del suo voto e della sua opinione, favorendo così il radicamento dei populismi. Non è un argomento astratto: “La riforma Boschi prevede dei contrappesi nelle norme sui referendum (più firme ma quorum abbassato) e sulle leggi di iniziativa popolare (più firme), ma “troppi sono i referendum il cui esito è rimasto lettera morta”. E delle leggi popolari, ricorda De Bortoli, non ne è passata mezza. Nessun freno, rileva il giornalista, per il trasformismo dilagante in Parlamento che ha visto 342 cambi di casacca a metà legislatura. “Il seggio lo si deve sempre al capo che decide la lista, non ai votanti che vanno ai seggi”.

Tempo 24 ore, e il Corriere pubblica la contro-lettera del ministro, dal titolo “La via delle riforme per colmare la distanza tra politica e cittadini”. In eguali misure e altrettante parole, la Boschi si tiene però lontana dal merito delle obiezioni dell’editoriale che ha innescato il carteggio. Ammette il “disagio” di cui parla de Bortoli, ma rivendica che le riforme del governo abbiano “razionalizzato” l’architettura istituzionale che poterà una “democrazia più decidente”. Si tiene alla larga dal delicatissimo punto da cui era partito l’editoriale, e cioé il riconoscimento che il massimo di partecipazione al processo di decisione politica che è il convitato di pietra della riforma è poi un tratto essenziale della Costituzione. La Boschi anche su questo non risponde, prende lo stesso testo e lo ribalta sul tavolo: “Abbiamo una via maestra per trovare soluzioni intelligenti al disagio e all’ampliamento delle sfere di cittadinanza: la nostra Costituzione”. Il dialogo, qui, si fa tra sordi. Non parla poi delle preferenze, rivendica invece che “l’Italicum permette di scegliere le maggioranze di governo ai cittadini e non ai partiti dopo il voto”. Resta dunque inevaso il tema di fondo, l’irrilevanza crescente del cittadino e il suo senso di estraneità destinato ad aumentare per effetto delle riforme.