Leggo un’intervista rilasciata da Stefano Fassina (Sinistra Italiana, ex PD) a gioconews.it e pubblicata il 27 febbraio scorso. E mi sembra che viva su un altro pianeta. Prima dice: “Il gioco [d’azzardo ndr] è una fonte di entrate o una patologia? Ritengo che finora il governo si sia mosso in maniera contraddittoria, oscillando fra questi due poli opposti”.

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Potrei anche essere d’accordo sul “contraddittorio”, anzi, ci aggiungerei “ipocrita”. Diciamo che da una parte lo Stato considera certamente il gioco d’azzardo come una fonte di entrata e poi prova a lavarsi la coscienza suggerendo il gioco “responsabile” e stanziando frazioni di quanto incassato per la cura di quelli che sono caduti nelle trappole da lui stesso disseminate.

E lo considera tale almeno dal 1992. Da quell’anno, come ricorda il sociologo Maurizio Fiasco in un illuminante intervento nel numero di febbraio del mensile Vita, “il gioco pubblico d’azzardo diventava, progressivamente, una leva fiscale, uno strumento per incrementare le entrate erariali dello Stato”. Altro anno chiave è il 2003, quando, ricorda ancora Fiasco: “Si passava alla costruzione dell’economia finanziaria dei giochi, si attuava la decisione di diffondere capillarmente i giochi, fuori di ogni paradigma dello spazio e del tempo dedicati”.

Ma poi Fassina chiarisce meglio il suo pensiero: “Bisogna quindi insistere sul gioco legale, anche come fonte di entrate, e non scoraggiarlo…” e questo perché “il pericolo maggiore è rappresentato dall’offerta illegale”.

Eh no, caro Fassina! Oggi, in Italia, il pericolo maggiore è rappresentato invece dal gioco “legale”.
Legale non vuol mica dire automaticamente che vada bene: anche la schiavitù è stata legale e le discriminazioni razziali e tanto altro.
Legale oggi, in Italia, è indurre la gente più debole a rovinarsi col gioco d’azzardo.
Legale oggi, in Italia, è il perverso meccanismo delle “concessionarie” (cioè facoltà concessa di sfruttamento di un bene pubblico inalienabile a fronte della corresponsione di un onere), che tante inchieste hanno evidenziato avere connessioni con la criminalità organizzata (ce lo siamo dimenticato?); cui i vari governi hanno condonato multe miliardarie e certo non hanno riconosciuto i meriti di chi aveva condotto le indagini; che tendono a soffocare tutta la filiera italiana dei gestori e produttori, per dominare incontrastati il mercato; le cui istanze trovano sempre una sponda nei piani alti della politica, a partire dal sottosegretario Baretta, come ho descritto per esempio in questo post sul Fatto.

Vale la pena ricordare che l’azzardo ubiquo viola palesemente l’Art. 41 della Costituzione Italiana: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.”

Vale la pena anche citare un’analisi del Comitato di Sicurezza finanziaria del Ministero Economia e Finanze (quello di cui lo stesso Baretta è sottosegretario!), segnalata dal sempre vigile Marco Dotti: “Il comparto del gioco [d’azzardo ndr], sia illegale che legale, risulta di altissimo interesse per la criminalità organizzata, per la quale ha storicamente costituito una importante forma di sovvenzione. Attualmente la criminalità mafiosa investe nel settore acquisendo e intestando a prestanome, sia per percepire rapidamente guadagni consistenti (soprattutto se le regole vengono alterate per azzerare le possibilità di vincita dei giocatori o per abbattere l’ammontare dei prelievi fiscali), sia per riciclare capitali illecitamente acquisiti”.

E siccome il gioco d’azzardo legale è oggi, in Italia, molto più diffuso di quello illegale, il vero problema è proprio il gioco legale, è quello che bisognerebbe cambiare, caro Fassina.

Riceviamo e pubblichiamo la seguente risposta del sottosegretario all’Economia e alle Finanze, Pier Paolo Baretta

Ho letto il post sul suo blog ospitato dalle pagine on-line de Il Fatto Quotidiano, che richiama quello del 30 gennaio 2016, e sinceramente non riesco a capire perché, anziché cercare il dialogo utile a riformare un settore così complesso e delicato, si preferisca creare delle contrapposizioni fondate su argomenti pretestuosi e su informazioni sbagliate.

In primo luogo, la mia non partecipazione all’incontro di Venezia, sui casinò, è stata semplicemente dovuta a un conflitto di agende e ad uno spostamento di orari; e non certo al rifiuto del confronto che considero la strada maestra per prendere decisioni, come sanno tutti coloro con i quali ho avuto la possibilità di discutere di questa materia.

In secondo luogo, la proposta di legge delega, alla quale fa riferimento, non annullava in alcun modo l’autonomia degli Enti locali ma proponeva di trovare criteri e modalità condivise di gestione del gioco sul territorio. Questo tema resta attuale, tant’è che, a tal fine, la legge di Stabilità ha previsto, su mia proposta, che venga convocata la Conferenza unificata Stato-Enti locali entro il 30 aprile di quest’anno.

In terzo luogo, nella mia ultima proposta di delega si prevedeva il blocco integrale della pubblicità ma, come lei sa, il mio tentativo di regolamentazione non è andato in porto, lei sostiene con: “grande sospiro di sollievo dei movimenti no slot” eppure a seguito di quella battuta d’arresto (favorita anche dalle polemiche) il Parlamento ha successivamente adottato la soluzione oraria dalle 7 alle 22. Personalmente considero questa soluzione utile ma transitoria e non esaustiva del problema.

La legge di Stabilità inoltre, su iniziativa del governo, riprende un altro punto della proposta di legge delega, ovvero la riduzione del 30% del numero delle slot presenti sul territorio e del numero dei punti scommessa. Inoltre, definisce la trasformazione di tutte le AWP rimanenti in macchine con controllo da remoto e stanzia la cifra di 50 mln per combattere e prevenire la ludopatia.

Il riordino dell’intero settore dei giochi non è così concluso ma, perlomeno, è stato avviato nella giusta direzione, quella di ridurre e regolarizzare l’offerta invertendo una tendenza consolidata. Si tratta di una svolta nell’approccio con il quale il governo e lo Stato affrontano questo tema.

Spero ci sia occasione di incontrarla per continuare il discorso.

Riceviamo e pubblichiamo la seguente risposta di Dario De Toffoli

Egregio Sottosegretario, il suo intervento mi fa molto piacere, e mi conforta la sua disponibilità al dialogo.
Perciò sì, spero anch’io che ci possa presto essere un’occasione di confronto costruttivo. Sul ruolo degli Enti Locali, sulla pubblicità, ma anche su una visione complessiva di quello che è e di quello che dovrebbe essere il gioco per denaro in Italia, con tutte le sue differenti sfaccettature.