“Il governo non dovrebbe essere in grado di costringere un privato a commettere quello che ritiene l’equivalente morale di un omicidio su ordine del governo”.

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E’ questa una delle argomentazioni più suggestive con le quali il giudice James Orenstein della Corte distrettuale di New York ha detto no a Dea ed Fbi che gli chiedevano di ordinaread Apple di aiutarli a forzare la password di un iPhone – questa volta di un trafficante di droga – allo scopo di accedere ai dati in esso contenuti.

Una vicenda non identica – va detto subito – ma con molti punti in comune a quella della quale, da giorni, si discute in tutto il mondo, dopo che un giudice califoniano ha ordinato alla Apple di aiutare il Federal Bureau of investigation a forzare le misure di sicurezza poste a presidio dei dati personali dei possessori degli smartphone della società della mela, addirittura scrivendo un pezzo di software che non esiste e che dovrebbe avere come scopo proprio quello di consentire agli investigatori di violare la sicurezza dell’iphone in questione.

E dalle lunghe cinquanta pagine nelle quali si snoda il ragionamento sulla base del quale il giudice Orenstein ha detto di no, senza grandi esitazioni, al governo di Barack Obama e fatte sue la più parte delle tesi difensive della Apple, emergono una serie di elementi che aiutano a meglio comprendere e decifrare i termini del problema.

Vi è, innanzitutto, la conferma che quella di chiedere ai giudici di ordinare ad Apple di prestare la propria collaborazione nell’abbattere le misure di sicurezza presenti sui propri smartphone è, per davvero, una diffusa e cattiva abitudine del Federal Bureau of Investigation che, si legge nella decisione, in una manciata di mesi ha già chiesto analoghi provvedimenti davanti a decine di giudici diversi, in almeno una dozzina di casi.

E non si tratta solo di casi di terrorismo internazionale ma anche, come nel caso di specie, di traffico di droga.

Così come – a leggere la sentenza – si è, sfortunatamente, costretti a prendere atto di ciò che, peraltro, è noto a molti da tempo: ovvero che, sin qui, spesso il Federal Bureau of investigation è entrato negli smartphone di questo o quell’indagato, forzando le misure di sicurezza attraverso l’utilizzo di proprie tecnologie e dei propri esperti.

E’ solo ora che le misure di sicurezza elaborate da Apple sono, evidentemente, più forti che si inizia a porre il problema di ottenere, in via giudiziaria, la collaborazione della società di Cupertino.

Se, dunque, i presidi di sicurezza elaborati da Apple non fossero quelli che sono, le agenzie di intelligence si riterrebbero – pare potersi leggere tra le righe della decisione – libere di forzare ogni genere di password ed accedere nei più remoti meandri di qualsiasi dispositivo elettronico in nome delle proprie esigenze investigative.

C’è poi un altro punto fermo che il giudice della Corte di New York mette al centro della sua decisione e che potrebbe segnare le sorti anche di quella, attesa nelle prossime settimane, che dovrà essere assunta in California nel più celebre caso di San Bernardino: non solo la legge americana non prevede espressamente il diritto di Fbi o altre agenzie di intelligence di chiedere ad un Giudice di ordinare ad una società privata tanta collaborazione quanta, in questo caso, se ne pretenderebbe da Apple ma, al contrario – secondo il Giudice Orenstein – ad interpretare bene la volontà del Congresso per come sin qui sintetizzata nelle leggi vigenti potrebbe agevolmente arrivarsi alla conclusione opposta, ovvero che una simile eventualità debba essere semplicemente esclusa.

Non ha, in ogni caso, dubbio alcuno il Giudice nel mettere nero su bianco che davanti ad un evidente vuoto legislativo come quello che si registra nella disciplina americana in materia, non può toccare ad una singola Corte affrontare e risolvere in via interpretativa una questione tanto delicata come quella connessa al bilanciamento tra esigenze investigative e di sicurezza e tutela della privacy dei cittadini ma solo ed esclusivamente al Congresso, al legislatore, all’esito di una discussione ampia, consapevole e ponderata.

In assenza di una legge che, eventualmente, lo preveda espressamente, secondo il giudice Orenstein il governo non può pretendere dalla Apple – né da nessuna altra analoga società – di aiutarlo a rendere accessibili dispositivi che essa produce e distribuisce, tra l’altro, proprio garantendone sicurezza ed inaccessibilità.

E’ c’è poi – ed è probabilmente una delle pagine più belle della decisione – il tema dell’obiezione di coscienza, riassunto in una domanda che il giudice Orenstein dichiara di aver provocatoriamente posto al governo: ritiene il governo che un giudice, in assenza di una norma di legge che espressamente lo prevede, potrebbe mai ordinare a un produttore di droga di fornirgli le sostanze necessarie per un’iniezione letale da usare per eseguire una condanna a morte?

Il silenzio – o quasi silenzio – del governo davanti a questa domanda conferma al giudice la bontà della propria intuizione: una Corte americana non può ordinare ad Apple di fare ciò che essa ritiene eticamente e moralmente scorretto neppure se c’è il sospetto – o magari anche la certezza – che etica e morale si fondano in un tutt’uno inscindibile con esigenze commerciali e di marketing.